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don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del giorno – 6 Agosto 2024

Il corpo donato vestito di luce – TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO B)

Dal libro del profeta Danièle Dn 7,9-10.13-14

La sua veste era candida come la neve.

Io continuavo a guardare,

quand’ecco furono collocati troni

e un vegliardo si assise.

La sua veste era candida come la neve

e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;

il suo trono era come vampe di fuoco

con le ruote come fuoco ardente.

Un fiume di fuoco scorreva

e usciva dinanzi a lui,

mille migliaia lo servivano

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e diecimila miriadi lo assistevano.

La corte sedette e i libri furono aperti.

Guardando ancora nelle visioni notturne,

ecco venire con le nubi del cielo

uno simile a un figlio d’uomo;

giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.

Gli furono dati potere, gloria e regno;

tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:

il suo potere è un potere eterno,

che non finirà mai,

e il suo regno non sarà mai distrutto.

Il regno dell’amore eterno

La pericope è composta da due visioni i cui protagonisti sono il vegliardo e il «figlio dell’uomo». Questi due personaggi si contrappongono alle quattro figure dalle fattezze animalesche che rappresentano le quattro dominazioni caratterizzate dalla violenza tipica delle bestie feroci. Esse escono dal mare che simboleggia il male mentre il Vegliardo e il figlio dell’uomo vengono dal cielo che invece sta ad indicare la sfera divina.

La visione di Daniele annuncia l’avvento del regno di Dio davanti al quale tutti gli altri domini scompaiono perché la giustizia viene stabilita in maniera definitiva e stabile. Essa si realizza grazie al «figlio dell’uomo» il quale riceve da Dio il potere, la gloria e il regno. La signoria esercitata da Dio nel cielo si estende alla terra dove gli uomini, non più schiavi del male, che li contrappone gli uni agli altri, possono servire Colui che non s’impone con la potenza delle armi ma viene con la stessa grazia e delicatezza con cui scendono dal cielo la pioggia e la neve.

L’angelo, annunciando a Maria la nascita del Messia, afferma che il «suo regno non avrà fine». È una citazione della visione di Daniele che identifica il «figlio dell’uomo» in Gesù. Egli stesso confermerà questa identificazione davanti al Sinedrio nella notte in cui fu tradito. Il regno di Dio non è inaugurato con la violenza inflitta agli altri ma con la sofferenza subita dal Messia. Questa sconfitta rivela che il regno di Dio non si fonda sull’amore al potere ma sul potere dell’amore.

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Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo (2Pt 1,16-19)

Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo.

Carissimi, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.

Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte.

E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino.

La fede cristiana non è un’idea ma un fatto

La fede, trasmessa dagli apostoli, non si basa su racconti inventati per giustificare l’esistenza della Chiesa, quale comunità di credenti in Cristo, ma è fondata sull’evento della Pasqua di cui i testimoni oculari sono i narratori. L’identità di Gesù si rivela in tutta la sua gloria nella sua morte e risurrezione, la quale conferma e sancisce la verità della parola di Dio, sia quella ascoltata dalle Scritture sia accolta direttamente dalla voce celeste sul monte della trasfigurazione.

Pietro esorta a credere, pur non avendo visto, all’annuncio della Chiesa la cui luce, riflesso dell’evento pasquale, accompagna il credente nel suo cammino di fede e ne sostiene la speranza fino al giorno in cui Dio sarà possibile incontrarlo faccia a faccia.

+ Dal Vangelo secondo Marco Mc 9,2-10

Questi è il Figlio mio, l’amato.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Il corpo donato vestito di luce

La fede è un cammino di trasformazione, o meglio diremmo, di trasfigurazione, attraverso il quale Dio ci rende partecipe della sua forma, cioè del suo modo di vivere e di amare. L’evangelista Marco si serve dell’immagine della veste che simboleggia la «forma» di vita.

San Paolo afferma che Gesù non considerò la sua «forma» (condizione di vita) divina un tesoro da tenere stretto per sé, ma svuotò sé stesso per assumere la «forma» (la condizione di vita) umana, facendosi servo fino alla morte di croce (Fil 2). Gesù nella passione viene spogliato delle vesti e appare in tutta la sua nudità. Sulla croce, povero di tutto, egli offre l’unica cosa che gli rimane, la vita. Essa non gli viene tolta ma lui stesso la offre. È lì che Dio si fa vedere! Nella morte in croce Dio mostra lo splendore della sua gloria, la potenza del suo amore riconosciuta dal centurione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». Sulla croce Dio si rivela come Padre che per amore non risparmia suo figlio, non lo trattiene per sé, ma lo «slega», lo offre in dono per noi uomini peccatori.

La trasfigurazione che avviene sul monte è anticipazione e rivelazione dell’evento della croce. Quando siamo tristi e consapevoli di portare la nostra croce la voce del Padre ci ricorda che Gesù la vive con noi. Ascoltarlo significa lasciarci accompagnare da lui perché impariamo a non subirla come un’ingiustizia, ma a viverla come un tempo di grazia nel quale conformarci a Cristo per fare della nostra vita un dono insieme con lui.

La Parola di Dio converte il nostro cuore, lo purifica dalla tendenza alla possessività come quella espressa da Pietro e che echeggia l’atteggiamento di Eva davanti al frutto proibito. Tendenzialmente siamo portati a fissare la felicità illudendoci che chiudendola dentro le nostre mani possiamo trattenerla e possederla.

Il contenuto fondamentale della rivelazione di Dio sul monte riguarda il suo legame di padre nei confronti del figlio. Gesù crocifisso è il dono di Dio offerto a noi uomini, è il modo con il quale si dichiara nostro Padre. Dopo l’indicativo viene l’imperativo: «Ascoltatelo». Ascoltare Gesù significa accogliere la sua parola nel nostro orizzonte mentale, farci guidare dal suo esempio nelle scelte quotidiane e unirci a lui nelle gioie e nelle speranze, nelle tristezze e nelle angosce della vita.

Lo splendore della trasfigurazione indica che la meta della nostra vita è la felicità intesa non come godimento possessivo dei beni, ma come relazione di amore con Dio e i fratelli; un amore veramente libero e che genera persone libere.

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna