don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 8 Maggio 2023

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L’Amore di Dio rende felice anche quello che non è facile – Lunedì della V settimana di Pasqua

✝️ Commento al brano del Vangelo di: ✝ Gv 14,21-26

Dagli Atti degli Apostoli (At 14,5-18)

In quei giorni, a Icònio ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei con i loro capi di aggredire e lapidare Paolo e Bàrnaba; essi lo vennero a sapere e fuggirono nelle città della Licaònia, Listra e Derbe, e nei dintorni, e là andavano evangelizzando.

C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. Egli ascoltava Paolo mentre parlava e questi, fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato, disse a gran voce: «Àlzati, ritto in piedi!». Egli balzò in piedi e si mise a camminare. La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, si mise a gridare, dicendo, in dialetto licaònio: «Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!». E chiamavano Bàrnaba «Zeus» e Paolo «Hermes», perché era lui a parlare.

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Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. Sentendo ciò, gli apostoli Bàrnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: «Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori». E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall’offrire loro un sacrificio.

L’annuncio del Vangelo accende la fede di essere salvati e opera prodigi

Paolo e Barnaba rivivono nella loro esperienza missionaria le stesse situazioni di pericolo di morte che ha subito Gesù durante la sua vita terrena. Gesù vive in loro e la sua presenza mediante lo Spirito Santo è manifesta proprio allorquando, davanti alle persecuzioni, perseverano nella missione di evangelizzare. L’assistenza divina non consiste nell’esentare gli apostoli dalle fatiche, pericoli, umiliazioni, ferite, ma opera proprio in questi contesti in modo tale che la Parola di Dio si diffonda con sempre maggiore ampiezza e profondità. È Gesù che opera per mezzo di Paolo la guarigione miracolosa dello storpio, il quale ascoltando il primo annuncio dell’apostolo alimenta la sua fede in Gesù che poteva salvarlo. Paolo riconosce che il vangelo proclamato ha operato una rinascita di speranza nel cuore del malato. La speranza di essere salvato è già una professione di fede fatta col cuore che viene confermata con il gesto di alzarsi in piedi. La fede radica il cuore, sede delle scelte, progetti e pensieri, su Dio e sul suo amore per l’uomo e questo lo permette di essere libero, di stare ritto, con la fronte alta, con la dignità piena. Paolo, dunque ha uno sguardo profetico e scorge l’azione di Dio nell’interiorità del paralitico, la folla invece che vede solo l’apparenza e rimane alla superfice dei fatti coglie solo l’evento sensazionale e confonde Paolo e Barnaba con degli dei. Diventano agli occhi della folla, che analizza i fatti secondo l’ottica della semplice curiosità, dei santoni con dei poteri divini e si affrettano a onorarli per ingraziarseli. I due apostoli di Cristo respingono con forza ogni celebrazione vana e invitano a convertirsi all’unico Dio vero, il Dio di Gesù Cristo, creatore del cielo e della terra, benigno, provvidente e paziente. Anche a noi il Signore doni costantemente lo Spirito Santo per saper cogliere nel nostro cuore e in quello delle altre persone il segno di ciò che Dio sta operando, affinché possiamo ringraziarlo, lodarlo, assecondarlo per essere suoi collaboratori nella sua missione di salvezza.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,21-26)

Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa.

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

L’Amore di Dio rende felice anche quello che non è facile

Tra il dire ad una persona «ti amo» e l’amarla veramente c’è un abisso. Dichiarare il proprio amore per l’altro è molto più facile che amare concretamente. Se Gesù ci chiedesse: Tu mi ami? Noi prontamente diremmo di sì, perché magari lo pensiamo ogni tanto, qualche volta lo preghiamo, capita di ascoltare qualche sua parola detta dal prete o dalla catechista. Ma se ci lasciassimo interrogare: «tu, come mi ami?» forse approfondiremmo il nostro modo di amare e ci renderemmo conto, come Simon Pietro, che in realtà a Gesù siamo affezionati, gli vogliamo bene come ad un amico caro, oppure semplicemente ne apprezziamo l’insegnamento e le sue opere, ma non di più.

Nella vita concreta, quando si tratta di passare dal sapere al fare, sorgono i problemi. Gesù ha consegnato ai suoi discepoli il comandamento dell’amore fraterno. Tutti sappiamo quanto sia difficile metterlo in pratica. Diventa impossibile quando non lo prendiamo in considerazione come criterio ispiratore delle nostre scelte di vita, ma invece ci lasciamo guidare da altri valori, come quello dell’utile, del guadagno o del “risparmio”. Si tratta di un amore a tempo determinato, nel senso che, venendo meno l’interesse, finisce anche il sentimento.

Essere consapevoli dei nostri limiti non deve indurci a gettare la spugna e non provare ad amare i fratelli come Gesù ha fatto con noi e ci ha comandato di fare. «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama». Chi ama, ci prova, tenta, si sforza, si cimenta, si avventura. So di non sapere amare, ma m’impegno ad amare accettando la sfida che Gesù mi lancia. Questo certamente comporta delle ferite, degli errori che si pagano a caro prezzo. Ma, anche se imperfettamente e con poche prospettive di successo, comunque bisogna avventurarsi, si devono provare le molte strade dell’amore. Se qualche strada s’interrompe, ne cerchiamo un’altra o chiediamo a Dio di indicarcene una o addirittura di costruirla noi stessi.

Tuttavia, è anche vero quello che dice Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Chi prova ad amare, anche se cade tante volte e altrettante volte si rialza e ricomincia, impara sempre di più ad amare e si rende disponibile a lasciarsi amare e abitare dal Padre. 

Amare per il discepolo non significa solo avvertire un sentimento ma compiere un cammino ascetico nel quale esercitarsi a fare per il fratello e la sorella la parte di Dio Padre. Amare per Dio significa abitare con gli uomini, porre la sua casa tra le nostre, condividere gioie e dolori, ma anche essere per l’uomo luce, conforto, sostegno, speranza. Ascoltando la Parola di Dio e accogliendola nel cuore, apriamo il nostro spirito a ricevere lo Spirito Santo. Egli ci forma interiormente perché l’amore di Dio possa essere annunciato nella forma pratica della carità fraterna.

🙏 LEGGI LA PREGHIERA DEL GIORNO

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna