don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 8 Gennaio 2023

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Dal libro del profeta Isaìa (Is 42,1-4.6-7)

Ecco il mio servo di cui mi compiaccio

Così dice il Signore:

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«Ecco il mio servo che io sostengo,

il mio eletto di cui mi compiaccio.

Ho posto il mio spirito su di lui;

egli porterà il diritto alle nazioni.

Non griderà né alzerà il tono,

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non farà udire in piazza la sua voce,

non spezzerà una canna incrinata,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;

proclamerà il diritto con verità.

Non verrà meno e non si abbatterà,

finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,

e le isole attendono il suo insegnamento.

Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia

e ti ho preso per mano;

ti ho formato e ti ho stabilito 

come alleanza del popolo

e luce delle nazioni,

perché tu apra gli occhi ai ciechi

e faccia uscire dal carcere i prigionieri,

dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

È il primo dei quattro «canti del servo» che è presentato come un profeta, oggetto di una missione e di una predestinazione divina, animato dallo Spirito per insegnare a tutta la terra con discrezione e fermezza, malgrado le opposizioni. La sua missione supera quella degli altri profeti, poiché egli stesso è alleanza e luce e compie un’opera di liberazione e salvezza. 

L’elezione del servo è accompagnata dall’effusione dello Spirito che lo inserisce nella schiera dei capi carismatici dei tempi antichi, dei giudici, dei re Saul e Davide. Il racconto del battesimo di Gesù associa alla discesa dello Spirito Santo le parole del Padre che sono una citazione implicita del v. 1. La citazione esplicita dei vv. 1-4 sarà in Mt 12, 17-21 dove l’evangelista parla della missione di Gesù che viene osteggiata. 

Lo Spirito con il quale viene consacrato il servo di Dio fa di lui un uomo mite. La giustizia non viene imposta con la violenza ma offerta con la mitezza, risorsa principale della resilienza e la perseveranza. Il servo è oggetto della benevolenza di Dio che lo forma affinché si compia il suo disegno di riconciliazione e di pace con gli uomini. Il ministro, consacrato e plasmato dallo Spirito, è a servizio della giustizia di Dio che, volendo liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato, li riconcilia con sé e ristabilisce l’alleanza di comunione e di pace.

Salmo responsoriale

Sal 28

Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.

Date al Signore, figli di Dio,

date al Signore gloria e potenza.

Date al Signore la gloria del suo nome,

prostratevi al Signore nel suo atrio santo. 

La voce del Signore è sopra le acque,

il Signore sulle grandi acque.

La voce del Signore è forza,

la voce del Signore è potenza.

Tuona il Dio della gloria,

nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».

Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,

il Signore siede re per sempre.

Dagli Atti degli Apostoli (At 10,34-38)

Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret.

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.

Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. 

Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».

Dopo aver ascoltato il racconto del centurione Cornelio, che gli spiegava il motivo per cui lui, che era pagano, lo aveva mandato a chiamare ben sapendo che fosse un ebreo, Pietro riconduce quell’evento all’azione di Dio che agisce in modo tale da creare relazioni. L’apostolo comprende che la sua missione più che rispondere a logiche di proselitismo deve adeguarsi all’opera missionaria di Cristo. È lui l’unico Messia e Salvatore che continua la sua opera di salvezza mediante gli apostoli. Essi non devono tanto preoccuparsi di conservare ma di aprirsi alla novità del vangelo la cui azione precede quella degli uomini. Il giudizio di Dio non consiste nel fare le differenze di trattamento in base ai meriti acquisiti, ma nell’offrire a tutti, senza distinzione, l’opportunità di conoscerlo, amarlo e salvarsi. Tutti sono amati perché tutti siamo sotto il potere del diavolo. Ne ha fatto esperienza lo stesso Pietro quando, opponendosi alla scelta di Gesù di andare a Gerusalemme pur consapevole del fatto che lì avrebbe trovato la morte, viene duramente rimproverato dal Maestro. Pietro, testimone dell’opera di Gesù prima della Pasqua, continua ad esserlo anche dopo. La sua testimonianza sottolinea la continuità tra ciò che è accaduto prima e quello che si realizza dopo la Pasqua. L’apostolo è consapevole di aver ricevuto anche lui il dono dello Spirito da Cristo a Pentecoste affinché divenisse partecipe della missione messianica che continuava anche dopo la Pasqua. Pietro è portatore della Parola, ovvero di Gesù Cristo, il Signore di tutti, per mezzo del quale si compie la giustizia di Dio che mira alla riconciliazione e alla pace.

+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)

Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.

Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Terminato il vangelo delle origini, inizia la «trilogia» dei sinottici che narra del Battista, del battesimo ricevuto da Gesù al Giordano e delle tentazioni. Il brano centrale di questo trittico è introdotto dall’evangelista con una breve annotazione con la quale presenta Gesù, il quale entra in scena per la prima volta, e ne rivela le intenzioni. Dalla Galilea, sua patria di adozione, il Nazareno si fa pellegrino insieme con gli altri fratelli per ricevere il battesimo di Giovanni. La narrazione si complica a causa dell’impedimento opposto dal Battista, il quale viene convinto da Gesù a permettere che si compia il progetto di Dio. Il centro del racconto è il momento dell’immersione ed emersione dall’acqua, allorquando si manifesta un evento divino. Non sono più le acque del Giordano ad essere interessate, ma sono le acque sopra il cielo che si aprono lasciando passare Dio. L’ultima scena, che funge anche da epilogo e culmine del racconto, è teofanica. Dopo Gesù, entrano in campo anche lo Spirito Santo, che discende sottoforma di colomba, e il Padre che fa udire la sua voce. 

Riprendendo la trama narrativa del racconto, ricordiamo che nella prima parte del trittico l’evangelista si era concentrato sulla figura del Battista presentandolo nel suo modo di vivere e di predicare, e intravedendo in lui il messaggero descritto nell’oracolo di Isaia (Is 40,3). Gli accenti apocalittici coloravano di toni drammatici l’esortazione alla conversione. Con modi ruvidi e parole dure accoglieva coloro che si presentavano da lui con l’intima presunzione di essere giusti, solamente perché vantavano di discendere da Abramo e quindi già in possesso dei beni promessi da Dio. Giovanni era un profeta esigente, innanzitutto con sé stesso, consapevole del fatto che egli per primo era bisognoso di essere battezzato, ma non con acqua, bensì con lo Spirito Santo portato da colui al quale non si riteneva degno neanche di portare i sandali.

L’incontro tra i due, tanto atteso dal Battista, non avviene come Giovanni lo immaginava. Gesù si presenta davanti a lui non in veste di potente giudice ma di un semplice pellegrino che chiede di farsi battezzare. Benché Gesù si mimetizzi tra gli altri uomini penitenti, Giovanni lo riconosce e cerca di trattenerlo dal farsi battezzare. Cosa voglia significare la scelta di Gesù di farsi battezzare da Giovanni lo si capisce dalla risposta che gli dà nel momento in cui il Battista motiva le sue remore. Il battesimo nello Spirito santo deve essere preceduto da un altro battesimo, quello nella morte. Per battezzare nello Spirito Santo Gesù deve prima essere battezzato per mano umana e come tutti gli altri uomini. Il battesimo di Giovanni era un rituale di purificazione col quale si voleva significare il rinnegamento di sé e del peccato. Gesù intende partecipare al dramma della morte che accomuna tutti gli uomini per comunicare a loro il dono dello Spirito e condividere la condizione di figli di Dio. Il battesimo nell’acqua è profezia del martirio che accomunerà Giovanni e Gesù. C’è però una differenza tra il martirio del precursore e quello del Nazareno.

La morte del Battista da una parte lo associa alla schiera dei profeti che hanno coronato con lo spargimento di sangue il loro servizio, rivelandosi come autentici uomini di Dio, dall’altro lo colloca in una posizione che precede immediatamente la missione del Cristo, che supera quella del profeta battezzatore, perché gli apre la strada e gliela indica. La missione di Gesù riprende la predicazione del profeta, che esorta alla conversione, e prepara la strada affinché Dio possa farsi prossimo all’uomo. Il dialogo tra il Battista e Gesù è proprio di Matteo. Agli occhi di Giovanni Gesù è un uomo giusto che non ha bisogno di sottoporsi al rito battesimale. Anzi, il Battista gli riconosce un’autorità superiore, al punto che lo reputa più degno di lui di battezzare. Non sappiamo da dove Giovanni abbia attinto le informazioni su Gesù. Dalle sue parole si evince che lo conoscesse bene e che si fosse fatto l’idea che potesse essere persino il suo successore. La domanda di Giovanni rivela la sua umiltà che sarà tradotta dall’evangelista omonimo con la dichiarazione del Battista nella quale annuncia la necessità (la volontà divina) che lui, l’amico dello sposo, retroceda per far avanzare lo sposo (Gv 3,30).

All’umile riconoscimento della propria condizione di subalternità fa riscontro la replica di Gesù che spiega l’origine e la motivazione della sua scelta ed esorta a collaborare insieme alla realizzazione della volontà divina. Come Giovanni, anche Gesù si pone in continuità con la tradizione profetica per operare la novità che solo il compimento della giustizia può garantire. Gesù non è il sostituto di nessuno, né di Giovanni, né degli altri uomini peccatori. Egli non è il “capro espiatorio” sul quale si scaricano tutti i peccati di coloro che sarebbero meritevoli del castigo divino. L’umiltà può degenerare in vittimismo. La risposta di Gesù a Giovanni riporta il discorso sul piano della giustizia di Dio che non ha nulla a che fare con lo sfogo della sua ira, né ha bisogno di vittime sacrificali per essere placata. La giustizia a cui fa riferimento Gesù, e della quale tutti siamo servitori, sembra dire al Battista, consiste nella riconciliazione. Essa è innanzitutto opera di Dio. Probabilmente Giovanni è legato all’idea retribuzionista della giustizia per la quale bisogna fare frutti di giustizia obbedendo alla legge per meritare il premio della benevolenza di Dio. Nella visione del Battista la morale precede la fede e l’impegno dell’uomo diventa condizione per cui la giustizia di Dio si compia. Gesù lo invita a cambiare prospettiva riconoscendo il primato all’azione divina. La resistenza diventa consenso a qualcosa di cui il Battista non aveva ancora compreso la portata. L’umiltà richiesta non ha nulla a che fare col mettersi da parte o annullarsi ma consiste nel lasciar fare a Dio e lasciarsi fare da Lui attraverso le vicende nelle quali gli uomini sono protagonisti. Ad essi spetta il compito di discernere la volontà di Dio e di aderirvi mettendola in pratica. 

Cadute tutte le resistenze, Gesù si fa immergere nel Giordano dal Battista, io quale così accetta di mettersi a disposizione della sua volontà. Ciò che accade immediatamente dopo sembra essere la diretta conseguenza di quello che è stato compiuto. Il tutto è descritto come una nuova epifania. Nel caso dei Magi, Gesù bambino, la cui nascita era stata annunciata fino all’oriente dal sorgere della stella, era stato trovato da loro dopo un lungo cammino e un passaggio da Gerusalemme. Nel caso di Gesù, è lui che diventa pellegrino per farsi battezzare e, una volta emerso dall’acqua, si ritrova al centro di una rivelazione divina descritta con termini che richiamano la creazione. Prima vi è l’apertura dei cieli da cui discende lo Spirito Santo che, planando dal cielo come una colomba, si poggia su Gesù, quasi a richiamare la mano benedicente di Dio, e poi si ode la voce del Padre che indica in lui il suo figlio amato nel quale risiede la benevolenza divina. Il battesimo si pone come spartiacque o anello di congiunzione tra la missione del Battista e quella del Messia. L’evangelista Matteo, attraverso una delle tante citazioni di compimento, ha presentato la figura del Battista quale «voce che grida nel deserto». Il battesimo ricevuto per mezzo di Giovanni è l’occasione perché il Padre, la cui voce viene dal cielo, rivela che Gesù è il suo figlio amato nel quale è custodita la sua benevolenza. Gesù riceve l’investitura dall’alto. L’apertura dei cieli vuole indicare l’intervento diretto di Dio che lascia la sua dimora nei cieli per aprirsi all’uomo e andargli incontro benedicendolo con la sua presenza. Lo Spirito Santo, che scende dal cielo in forma corporea di colomba, rende visibile la dolcezza dell’amore di Dio che con la delicatezza di una carezza sembra incoraggiare la missione affidata a Gesù, suo figlio. La colomba richiama il racconto di Noè di Gen 8, 1-12. Il patriarca invia una colomba che ritorna con un ramoscello di ulivo da cui si comprende che le acque del diluvio si erano ritirate ristabilendo l’ordine della creazione. La colomba è il simbolo della pace e della nuova creazione. Gesù, verso il quale scende lo Spirito, è il nuovo Adamo che, vivendo in obbedienza al Padre, diventa costruttore di relazioni di pace.

La voce del Padre offre a Gesù il modello di vita con cui presentarsi all’uomo. Gesù deve andare per le strade degli uomini presentandosi come il Figlio di Dio. Questo non è un titolo che gonfia di orgoglio ma una realtà che alimenta l’umiltà perché ricorda che si è figli di Dio nella misura in cui lo si ama mettendosi a servizio della giustizia.

Il battesimo è l’epifania di Dio che rivela in Gesù il volto della bontà, tenerezza e misericordia. Il punto di vista di Gesù è quello del figlio amato che, lasciandosi guidare dalla Parola di Dio, attraversa le acque dell’umiliazione della morte – prova suprema che riassume in sé tutte le tentazioni – per lasciarsi condurre verso la terra promessa del cielo. La strada che Dio apre davanti a Gesù passa dai vicoli più bui dell’umanità ferita per giungere fino alla croce, che rappresenta la chiave di accesso al cielo. Il figlio amato è tale perché il Padre lo sostiene e lo accompagna con la forza dello Spirito nella sua missione nella quale, in obbedienza alla volontà di Dio, si fa servo dei fratelli. Come il Battista, anche i discepoli di Gesù che lo riconoscono come il Cristo, devono seguirlo imparando da lui ad essere discepoli del regno di Dio. Gesù li introduce nella conoscenza della sapienza di Dio e nell’esperienza della Sua misericordia, affinché “battezzati” nelle acque dell’umanità benedetta da Dio, possano essere a loro volta battezzatori di tutti i popoli (Mt 28,19-20). 

L’umiltà e la fede di lasciar fare a Dio 

Due scene compongono il racconto evangelico nella festa del battesimo di Gesù. Con il gesto di immergersi nel fiume Giordano, confessando i loro peccati, ci si predisponeva ad accogliere il Regno di Dio. Il rito del battesimo è preceduto dall’opposizione del Battista alla scelta di Gesù di farsi battezzare da lui ed è seguito dall’ evento teofanico nel quale interviene Dio stesso. 

Nella prima scena Gesù “scende” dalla Galilea, nella quale si erge maestoso a nord il Monte Hermon da cui nasce il fiume Giordano, verso il punto dello stesso corso d’acqua in cui si versa nel mar Morto. Giovanni battezzava vicino al luogo in cui terminava il fiume e che coincideva con il punto più basso della terra, a 400 metri sotto il livello del mare. Il nome Giordano viene proprio dalla caratteristica del fiume che “scende” tracciando quella che è chiamata la valle o depressione giordanica. 

Giovanni rimane sorpreso della scelta di Gesù di farsi battezzare da lui perché riconosce in quell’uomo colui che viene a battezzare in Spirito Santo e fuoco. Il Battista aveva riservato un’accoglienza molto dura a quei farisei e sadducei che erano venuti al suo battesimo. Li aveva apostrofati con l’appellativo “razza di vipere” e aveva denunciato la loro ipocrisia perché erano orgogliosamente certi nel loro cuore di essere degni figli di Abramo. Giovanni denunciava una religiosità formale e arida perché priva di carità. Le parole del Battista, sulla scia delle profezie antiche, prospettava l’intervento di Dio che, irato con l’uomo per la sua falsità, avrebbe agito per purificare con il fuoco che distrugge. Secondo la visione tradizionale Dio si sarebbe vendicato usando la violenza contro gli operatori del male.

Anche Giovanni Battista è legato all’immagine di Dio che molto risente della proiezione di sé. Da uomo giusto, e dallo sguardo profondo, aveva colto in cosa consistesse il centro del male. Nelle sue parole emerge lo sdegno e l’ira davanti all’ipocrisia, allo sfruttamento dei più deboli, alle ingiustizie, alle varie forme di cattiveria, malvagità e avidità. La rabbia è l’emozione propria di chi entra in contatto con l’ingiustizia. Giovanni è un uomo profondamente arrabbiato e consapevole anche del fatto che spesso questa rabbia non sappia gestirla. L’ira è proiettata anche verso Dio e coniugata con un senso limitato di giustizia per il quale essa si esercita attraverso la punizione per i colpevoli e il premio per i giusti. Tuttavia, la rabbia porta a estremizzare e generalizzare per cui anche lui si mette tra quelli che hanno bisogno di essere battezzati con il fuoco. Probabilmente Giovanni pensava alla necessità di dover passare attraverso prove particolarmente dolorose e drammatiche tali da poter espiare il male ed essere finalmente purificati e degni di comparire davanti a Dio. Il Battista incarna una visione giustizialista di Dio che interpreta le prove della vita come una forma di punizione educativa divina che si scaglia anche contro quel male di cui non si ha coscienza. Anche Giovanni si sente un peccatore, come Isaia davanti alla visione della Gloria di Dio nel tempio (Is 6). 

Gesù chiede a Giovanni di lasciar fare. La scelta di Gesù di farsi battezzare da Giovanni è rivelativa del fatto che egli non è venuto ad abolire o distruggere ma a far crescere e portare a compimento. La giustizia di Gesù inizia a rivelarsi come qualcosa di diverso dalle attese dell’uomo a cui è richiesta la conversione intesa come “concedere” a Dio la libertà di azione secondo la sua volontà. Convertirsi significa spogliarsi delle proprie aspettative e mettersi in atteggiamento di accoglienza e ascolto per poi scegliere di seguirlo e imitarlo. 

Nella nuova logica inaugurata da Gesù, che sta alla base del Regno di Dio che viene, l’obbedienza non è mera esecuzione dei comandamenti, ma è docilità all’azione di Dio. Egli opera in maniera inedita rispetto alle attese maggioritarie, ma non rispetto ad alcune profezie, soprattutto quelle che si riferiscono al Servo di Dio. Una di queste è quella riportata nella prima lettura tratta dal profeta Isaia che parla della mitezza e della misericordia con la quale il Servo di Dio compie la giustizia, cioè la volontà di Dio. 

Gesù nella scelta di scendere e immergersi nell’acqua rivela una sorta di “conversione” di Dio che distoglie il suo sguardo dal peccato per rivolgerlo verso l’uomo e che sceglie di riconoscerlo comunque e per sempre suo figlio. Il disgusto e l’ira, provocati dai sacrifici rituali misti a delitto e ingiustizia, si trasformano in benevolenza e misericordia. La misericordia ricorda a Dio la sua scelta di essere Padre e Madre. L’amore paterno e materno di Dio, che si esprime nel tatto e nella delicatezza, nella premura e nella cura, nella fedeltà e nella pazienza, con il quale si fa prossimo all’uomo, lo porta non tanto a coprire il suo peccato per non vederlo e far finta di nulla, quanto a spogliarsi Lui stesso per incontrare fino all’ultimo figlio e salvarlo. 

L’uomo che ambisce a salire fino in cielo deve innanzitutto accogliere Colui che dal Cielo scende sulla terra per incontrarlo. Il battesimo di Gesù rivela il cuore di Dio e la sua volontà di raggiungere e salvare ogni uomo. Non lo fa rivestendosi di potenza, ma spogliandosi della sua gloria e del suo diritto di vendetta per unirsi ad ogni uomo peccatore. 

L’immersione del battesimo richiama il seme gettato nella terra, il sale mescolato nella minestra, il lievito nella massa. L’incontro e l’immersione diventano un nascondimento come quello della morte. Il battesimo è un chiaro riferimento alla morte e alla sepoltura di Gesù. In quel momento Gesù sarà spogliato e crocifisso per poi essere sepolto nella tomba e nascosto agli occhi degli uomini. Dio opera nel silenzio e nel nascondimento perché agisce in profondità, intervenendo alla radice.  

L’ultima parola non spetta alla morte perché Dio Padre ha teso la sua mano e non ha lasciato che suo figlio rimanesse nella morte ma lo ha liberato da essa, facendolo risorgere. 

Il battesimo culmina con l’uscita dall’acqua, come il giorno di Pasqua uscirà dalla terra della schiavitù e della morte. La risurrezione è la riconciliazione tra cielo e terra che riprendono a dialogare.

Il peccato, muro che separa e divide, ha una breccia attraverso cui l’uomo può varcare la soglia ed entrare in comunione con Dio. 

Con Gesù, crocifisso e risorto, Dio tende ancora la mano verso l’uomo per liberarlo dalle tenebre del peccato e ammetterlo alla festa dei figli. 

Dio stende la mano non per puntare l’indice o rovesciare il pollice in segno di giudizio e di condanna, ma per porgerci il suo amore. 

Lasciamoci stupire da questo scandaloso amore di Dio per noi, lasciamoci provocare da questa imbarazzante misericordia, lasciamoci afferrare dalla mano di Dio e lasciamoLo fare…

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna