don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 25 Maggio 2023

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L’unità sorgente della Carità – Giovedì della VII settimana di Pasqua

✝️ Commento al brano del Vangelo di: ✝ Gv 17,11-19

Dagli Atti degli Apostoli (At 22,30;23,6-11)

In quei giorni, [il comandante della coorte,] volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui Paolo veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio; fece condurre giù Paolo e lo fece comparire davanti a loro.

Paolo, sapendo che una parte era di sadducèi e una parte di farisei, disse a gran voce nel sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti».

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Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducèi e l’assemblea si divise. I sadducèi infatti affermano che non c’è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. Ci fu allora un grande chiasso e alcuni scribi del partito dei farisei si alzarono in piedi e protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest’uomo. Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato».

La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza.

La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma».

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Paolo, assertore fiducioso di un’umanità nuova

L’ultima parte del libro degli Atti degli Apostoli narra gli eventi che compongono l’epilogo della missione di Paolo che si compirà a Roma. La scena descritta nel brano odierno è ambientata nell’area del tempio di Gerusalemme dove Paolo era andato come facevano tutti i pii Israeliti. Qui però era stato accerchiato dai suoi avversari che avevano tentato di ucciderlo e ci sarebbero riusciti se non fossero intervenuti i soldati.

Essi lo presero in custodia per poi farlo comparire davanti al Sinedrio che aveva anche una funzione giudiziaria e che era composto da rappresentanti delle varie anime dell’ebraismo, soprattutto i sadducei, a cui appartenevano i sommi sacerdoti, e i farisei della cui setta era parte lo stesso Paolo. Come per Gesù, anche per l’apostolo delle genti, la passione caratterizza il culmine della sua testimonianza, e in particolare il processo davanti al Sinedrio. C’è però una differenza: se la passione di Gesù si è consumata a Gerusalemme, quella di Paolo sarà a Roma, nella capitale dell’Impero Romano, lì dove bisogna portare il vangelo e confermare coloro che hanno abbracciato la fede cristiana ma sono perseguitati.

La persecuzione è il tentativo del mondo antico, autosufficiente, ripiegato nella ricerca egoistica del piacere materiale, pago delle cose che soddisfano i bisogni, di contrastare il Regno di Dio che invece è pace, gioia e amore nello Spirito Santo. La speranza della resurrezione per la quale Paolo vive, si spende e viene chiamato in giudizio, non è un’utopia o un pio ideale, quanto invece il desiderio di sperimentare la vita nuova in Cristo, la piena comunione con Dio e con i fratelli. Il Regno di Dio che Paolo vuole realizzare è veramente qualcosa di nuovo perché cambia radicalmente il modo di concepire la vita e di viverla nelle relazioni, non finalizzate ad un tornaconto personale, ma alla promozione del bene comune. Paolo crede che Dio rimane fedele all’uomo e non perde mai la fiducia in lui e nella sua capacità di realizzarsi come uomo. Da qui l’apostolo attinge la grande fiducia in se stesso e nel fratello per il quale, anche se lo percuote, offre la sua testimonianza e la sua vita.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 17,20-26

Siano perfetti nell’unità.

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]

«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.

Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

L’unità sorgente della Carità

Il forte desiderio di unità è il vertice della preghiera sacerdotale di Gesù. La fede monoteista, che caratterizza la religione ebraica, cristiana e l’islamica, per sua natura dovrebbe portare i credenti a lavorare per l’unità tra di loro. Il riconoscere di essere creature del medesimo e unico Dio suggerisce il fatto di trattarsi come fratelli. La storia ci dice che la pretesa dell’uomo di essere l’unico lo porta a contrapporsi fino alla eliminazione dell’altro perché visto come concorrente.

L’unicità di Dio, rivelata nella storia della salvezza e che raggiunge il suo culmine in Gesù, non è escludente ma includente. La fede cristiana non si basa su un Libro sacro ma in Gesù Cristo. Egli da una parte è l’Uomo che rende visibile Dio e dall’altra è Dio che si fa conoscere all’uomo. Gesù è il Figlio del Padre attraverso cui Dio ama l’uomo e si unisce a lui nell’incarnazione; al tempo stesso, mediante Gesù l’uomo può amare Dio ed entrare in comunione con Lui.

L’amore, che è il nome di Dio perché esprime la sua più profonda identità, si manifesta solamente nell’esperienza dell’unità. L’amore è come la luce o il profumo o il suono che parte dalla sua sorgente e si diffonde all’intorno. La scaturigine dell’amore è l’unità intesa come il vivere l’uno per l’altro e uno nell’altro. La preghiera che Gesù rivolge al Padre è appello allo Spirito Santo perché apra la mente dei credenti a comprendere che la comunione è il fine per il quale sono stati creati e illumini gli occhi dei loro cuori affinché desiderino giungere a quella «perfetta unità» che li ha generati alla vita.

L’unità inizia a realizzarsi quando preghiamo non solo con le parole di Gesù, ma soprattutto quando permettiamo allo Spirito Santo di far pregare Cristo in noi. Dall’unità con Gesù, nella preghiera rivolta al Padre mediante lo Spirito Santo, nasce l’amore vero, quello che ci fa essere un’unica cosa tra noi perché viviamo l’uno per l’altro, l’uno nell’altro.

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna