Il Vangelo di questa domenica, nel presentarci la guarigione di dieci lebbrosi ad opera di Gesù, è uno sprone ad accorgerci che nella nostra vita nulla è scontato o dovuto, perché «tutti sono doni del mio Dio, non io li ho dati a me stesso» (Sant’Agostino).
Nel suo deciso cammino verso Gerusalemme, Gesù passa lungo la frontiera ed entrando in un villaggio dieci lebbrosi gli si fanno incontro fermandosi a distanza. “Dieci” indica la totalità: qui è tutto un sistema sociale che è malato e che cerca aiuto. Sappiamo quanto fosse rigido il protocollo che il libro del Levitico prevedeva circa i lebbrosi, come pure la condizione di quarantena che li tagliava fuori da ogni relazione!
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Nel grido d’aiuto di questi lebbrosi, intravedo quello di tanti ammalati che, nonostante tutto, confidano in Gesù. E Lui, il “Dio che salva”, apre la fase di un nuovo inizio, rimette in cammino.
Nell’invitarli ad andare dal sacerdote – deputati a certificare la guarigione di un lebbroso -, Gesù «li mette alla prova, comandando di fare, ancora da ammalati, un gesto che supponeva la guarigione già avvenuta» (A. Comastri).
Ma dei dieci, solo uno – un samaritano – si scopre veramente salvato, riconoscendo in Gesù l’autentico “luogo” per ringraziare Dio. Questo “uno di loro” ci ricorda che la fede è riconoscimento della presenza di Dio in mezzo a noi.
In ogni Eucaristia noi rendiamo grazie a Dio per tutti i doni ricevuti. E oggi vogliamo ringraziare anche quanti sono il Suo tramite quaggiù, ovvero coloro che vivono l’arte del prendersi cura dell’umano.
Da creatura “donata”, memore di quanto gratuitamente ricevuto, nel dire “grazie” esprimerò la mia fede in Dio.
Preghiera…
Ti ringrazio, Signore, per quanto hai operato in me!
Domande per noi…
1. La mia fede si esprime in rendimento di grazie a Dio?
2. Come vivo la coraggiosa arte del ringraziamento?
Chi è don Nicola
Don Nicola Galante è un presbitero dell’arcidiocesi di Capua, parroco, cappellano volontario in alcuni luoghi di cura e direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della salute.
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