Non dobbiamo avere paura di sporcarci le mani andando incontro a chi ha bisogno.
don Mauro
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FARSI PROSSIMO
Un dottore della legge interroga Gesù sulla vita eterna e ottiene la risposta che già conosce: amare Dio e il prossimo è il modo per conseguirla. Come dice San Giovanni nella sua prima lettera, la prova che amiamo Dio sta nell’amore per il prossimo, ed è quello che il Maestro vuole far capire con la parabola.
L’uomo percosso dai briganti è un uomo in difficoltà che è scomodo soccorrere. Il suo sangue sporca le mani, coinvolge in qualcosa che non è piacevole vedere. Il sacerdote e il levita che lo ignorano sono anche ostacolati dalla legge della purità rituale. Entrambi servono al tempio e non possono toccare il sangue o un morto senza poi doversi purificare.
Gesù denuncia questo attaccamento alla legge che passa sopra le persone. L’ossessione della fedeltà al precetto snatura la norma, è come se la legge stessa fosse una divinità da servire e non un mezzo per aprirsi al divino.
Gesù ha dimostrato tante volte di non aver paura di sporcarsi le mani avvicinando pubblicani e prostitute, perché lui guarda l’uomo che soffre e non si ferma alle piaghe. È una grande consolazione per noi che di ferite ne abbiamo tante: lui comunque ci cura, come fa il Samaritano.
I samaritani derivano da quei pochi ebrei che non furono deportati al tempo dell’esilio e che, rimasti in patria, si assimilarono con i pagani perdendo la loro santità. I giudei considerano la santità l’essere gli eletti separati dagli altri popoli e perciò disprezzavano profondamente i samaritani perché impuri.
Dunque la compassione del Samaritano ha ancor più valore perché supera il pregiudizio. Si comporta da vero sacerdote versando olio e vino sulle piaghe del ferito. Sono i segni che ancora oggi usiamo per soccorrere i malati: l’unzione degli infermi e l’eucaristia.
Lo porta alla locanda e lo cura, paga di tasca sua per un uomo che nemmeno conosce. Va’ e anche tu fa’ lo stesso. Questa parola è detta a noi. Gesù ci ammonisce. Sembra dirci: se io verso di te peccatore mi comporto da Samaritano, perché tu non fai lo stesso con il tuo prossimo?
È da notare che qui l’essere prossimo è una azione attiva. Bisogna farsi prossimo, andare incontro a chi soffre, accorgersi delle ferite altrui. Mentre siamo chiusi nella nostra tranquillità casalinga, circondati dalle comodità, molti uomini sofferenti bussano alla porta della nostra coscienza.
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Cosa possiamo fare per loro? La tentazione di considerarci a posto perché siamo andati in chiesa e abbiamo rispettato la legge è la stessa che ha sviato il sacerdote della parabola.
Il Signore, senza mezzi termini, ci chiede di avere compassione di chi è sfortunato, senza domandarci di che razza o religione sia.
- AUTORE: don Mauro Pozzi
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