Il figlio della Severina non è l’unico
Me lo disse senza acrimonia o sfumature di giudizio: me lo disse, capisco, perchè mi accorgessi dell’errore nel quale anch’io, strada facendo, avrei potuto incorrere progettando la casa (non solo materiale) della mia storia.
Quel giorno il nonno mi disse: «La vedi quella casa? – mi indicò una casa dove difficilmente si vedeva la porta o le finestre aperta – Se tu ad uan casa non apri mai la porta, le finestre, quella casa diventa una tana». Nonno faceva lo stradino comunale: il suo era un ragionamento prettamente edilizio, urbanistico, pragmatico. Lui, che il Vangelo non lo conosceva come me ma lo applicava molto più di me, non era al corrente di che razza di catechesi stava impartendo al mio cuore bambino.
Il suo era un ripasso, anche un anticipo, del Vangelo: «Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». La porta di casa dei nonni, me lo ricordo benissimo, era sempre aperta: quando non lo era, aveva sempre la chiave per fuori: “Non dimenticarti che anche noi siamo stati emigranti in terra straniera– era il suo promemoria -. Accogliere come noi siamo stati accolti, è un dovere del quale vi raccomando il rispetto”. Non occorrerà, comunque, essere stati forestieri in una terra che non è la nostra per capire una questione del cuore: che tutti abbiamo estremo bisogno di atti di gentilezza. Che non è mai una grandissima cosa, son tantissime piccole cose messe assieme. Quando il mondo versa in condizioni di criticità, resta la gentilezza come medicina curativa: «Ovunque ci sia un essere umano, c’è un’opportunità per la gentilezza» scrisse il filosofo Lucio Seneca.
Capitava, in materia di accoglienza, che il nonno stradino correggesse la nonna casalinga: «Mica occorre andare chissà dove per fare del bene» diceva, certe volte, quando la nonna gli raccontava di quel tale – il figlio della Severina – che aveva “fatto fagotto” (come dicevano loro) e in quattro e quattr’otto aveva venduto tutto per andarsene via con Mato Grosso, nelle foreste del Sud. Nonno amava assai i suo orto, la sua casa, le sue vigne: perchè vendere tutto per fare del bene? Lui, bontà sua, era convinto ci fosse anche una seconda possibilità, pur apprezzando il figlio della Severina: «I miracoli, se stai attenta, lu poi trovare dappertutto.
Anche sulla soglia della casa, senza andare per forza all’estero» le diceva. Come dargli torto: s’era vero che qualcuno, nel paese e limitrofi, aveva lasciato casa, campi, amori in nome di Dio – «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me» – era altrettanto vero che per far sorridere Dio bastava stare attenti quando si usciva di casa: «Chi avrà dato anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli (…) non perderà la sua ricompensa». Il nonno era capace di apprezzare il figlio della Severina senza per forza scopiazzarlo nella sua aspirazione di fare il bene. Mal sopportava la politica nazionale e paesana (anche ecclesiale) per questo motivo, proprio per questo motivo: «Si lanciano in proclami di accoglienza, ospitalità, carità. Poi li incontri per strada e nemmeno ti salutano».
Soffriva quest’incoerenza, pur cercando di vincerla con l’esempio: i miracoli, per lui, iniziavano sempre dalle cose più piccole, dai gesti più banali, a misura d’uomo e di paese. Nonno, quando c’era da votare qualche preferenza, era un accanito sostenitore del potere disarmante della gentilezza. Salvavita.
Il suo era il vangelo delle piccole cose, dei giorni feriali, delle attenzioni sul filo dell’invisibile. Sono convinto che, in vita, accolse il Dio vagabondo molte più volte di quelle nelle quali s’è reso conto di farlo. Io che l’ho conosciuto al punto tale d’amarlo alla follia, dico che il cuore di nonno era materia malleabilissima. Capace d’accoglienza: «Per accogliere una rivelazione, grande o piccola che sia, basta a volte essere docili, termine che indicava in origine la disponibilità a farsi istruire» (E. De Luca). Non era nato “imparato” come diceva lui: aveva imparato dalla vita. Praticò piccole accoglienze: ci lasciò in dote catechesi squisitissime.
Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte
