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don Marco Pozza – Commento al Vangelo di domenica 25 ottobre 2026

Le solite trottole di legno

Ancora non sono stanchi di costruire, come fossero delle trottole di legno, tranelli intellettuali con i quali mettere in difficoltà l’Uomo maiuscolo. Della serie: “Avanti un altro!” Ecco i farisei: «Avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai saducei, si riunirono assieme (…) per metterlo alla prova».

Ancor una volta il gioco è cinico: non chiedono per imparare, non interrogano per sapere, non han voglia di mettersi in gioco. Vogliono soltanto «mettere alla prova Gesù». Ormai è una gara a eliminazione: tutti contro uno, Uno contro tutti. Poco conta che alla fine vinca l’Uno a scapito dei tutti: intanto, però, gli fanno perdere tempo, gli fan perdere giorni a doversi difendere, gli stanno alle calcagna come cani segugi al soldo del loro orgoglio.

Per il Cristo, comunque, ogni occasione è favorevole per testimoniare la verità di quello che sta dicendo, di quello che sta vivendo, di chi è lui in persona. L’uomo, dunque, è sotto assedio: è assediato dappertutto, ad ogni girata di capo trova qualcuno ch’è in attesa di «metterlo alla prova». Con le domande più argute, quelle che toccano il cuore del vivere, domande sopraffini: «Maestro, nella Legge qual’è il grande comandamento?».

Il programma – tipo il programma dell’anno scolastico che ti presentano per l’esame – era una foresta di nozioni: si parlava di 613 comandamenti da rispettare. Non bastasse questa matassa chilometrica, li avevan divisi in due capitoli: 248 precetti positivi (azioni che il credente è obbligato a compiere) e 365 precetti negativi (azioni che non si devono compiere per un credente). 248 corrispondono al numero di membra e di ossa del corpo umano, 365 è il numero dei giorni di un anno: ragione per cui la faccenda era, umanamente, quasi insopportabile da reggere. La domanda è, dunque, ammissibile: “Facci la sintesi, gentilmente. Così non si può continuare!”

Cristo accetta la sfida: sfidare le sfide se non era il suo sogno preferito sta diventando il suo passatempo necessario. Fa la somma di duecentoquarantotto più trecentosessantacinque e il totale che esce, nella calcolatrice dell’anima sua è due: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (…) Amerai il prossimo tuo come te stesso». Un alunno capace di una sintesi così densa e millimetrica sarebbe l’orgoglio di ogni insegnante: una foresta condensata in un solo albero.

Non è uno che semplifica banalizzando: “Fregatevene di tutto il resto, fate questo!” Assolutamente. Dice una cosa molto più elegante, dice che fatti salvi questi due, tutto il resto viene da sé: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». È pazzesca l’arte che ha quest’uomo – più una capacità innata che un artifizio retorico – di andare alla radice di una questione, senza “menare il can per l’aia” come dicono gli anziani. D’altra parte, dice solo la verità, forse è anche questione di logica: “Vuoi sapere da solo se stai amando Dio? Prova ad osservare come le persone che ti stanno accanto”. Se, poi, vorrai sapere se stai amando le persone che ti sono vicine, osserva in quale posto hai fatto sedere Dio dentro di te. Come tratti te stesso”.

Tutto qui. Tutto il resto è corollario, abbellimento, addobbo, appendice, un qualcosa che dipenderà da ciò che hai deciso di fare di Dio, dell’altro, di te. Senza questo – quant’è terribile Cristo quando fa queste sintesi così concise da non ammettere interpretazioni di sorta – tutto il resto è tempo perso: lavarsi fino ai gomiti prima di mangiare, controllare la temperatura della minestra, di sabato non lavorare, il divieto di stregoneria e magia.

Cose importantissime, certo, ma solo se in funzione di Dio, del prossimo e di se stessi. Altrimenti diventano solo una mera formalità per sentirsi meno in colpa nei confronti di quello che fan tutti gli altri. Dio, dunque: poi il prossimo (dentro il quale si nasconde Dio vestito in borghese) e il prossimo trattato come trattiamo noi: se salta uno, saltano tutti. E continueremo a dire d’amare Dio menando il prossimo. Maltrattando noi stessi.

Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte