don Marco Pozza – Commento al Vangelo di domenica 22 Marzo 2026

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Un ritardo di due giorni

Da non crederci nemmeno a pagarlo oro. É una di quelle cose che, a sentirle riferite al Cristo, fan tremare le ossa: «Le sorelle mandarono a dirgli: “Signore, ecco il tuo amico è malato”».

Le due sorelle in questione non sono due femmine qualsiasi: una è Marta, l’altra è Maria. Due che, al Cristo, hanno lasciato le chiavi di casa loro, tant’è la confidenza e l’intimità che c’è tra loro: “Tieni, queste sono le chiavi di casa. Vieni quando vuoi, senz’avviso: è casa tua”. Lui, indaffaratissimo come lo sono le anime belle, quella casa appena fuori Gerusalemme, in zona Betania, l’ha eletta come suo domicilio segreto, un’oasi di riposo: “tutto il mondo fuori” da quelle mura. Marta e Maria, assieme al fratello Lazzaro, sono diventati la sua vacanza segreta nel tempo del suo gran daffare, in quei mille giorni di successo, d’insuccesso, di tentativi per plasmare il mondo come sogna.

Per questo, oggi, suona strano il suo comportamento, quasi irriconoscente, irriverente, al limite di una maleducazione inaspettata. Gli mandano a dire – per non disturbarlo, visto che di lui avranno avuto certamente un filo diretto – che il suo amico è in fin di vita, la malattia lo sta divorando: un modo gentile per dirgli di correre subito da lui. Tu, vista l’amicizia che lo lega, t’aspetteresti che Cristo lasciasse piantato tutto quel che sta facendo, che corresse a perdifiato da lui, che mettesse le quattro frecce per saltare la coda verso casa. Invece, picche: «Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava».

Un attimo, per chi è prossimo a morire, può essere fatale, cruciale, letale: quarantott’ore, a maggiore ragione, è tempo di disinteresse, di “ho cose più importanti da fare”, o “ appena finisco quello che sto facendo, parto”. E meno male che Lazzaro è suo amico: figurarsi se gli stesse sulle scatole.

Con la morte, fino allora, Cristo aveva precedenti a suo favore: aveva fatto risorgere il figlio della vedova di Naim e la figlia di Giairo. Ci sapeva fare con le urgenze estreme: aveva fermato il feretro, anticipato la putrefazione, non aveva permesso alla morte di sfogarsi fino in fondo. Stavolta è diversissimo: siccome Lazzaro è suo amico, vuole fare dell’amico l’anticipazione più bella di ciò che Gli accadrà.

Lascia alla morte l’illusione di avercela fatta: le concede tutto il tempo per agire, lascia al sepolcro il campo libero per operare, lascia che la corruzione manifesti tutto il suo potere, senza toglierle nemmeno il gusto della putrefazione e del tanfo. Concede alla morte la possibilità di dimostrare al mondo fino a dove il suo potere può giungere: fare svanire completamente la speranza – «Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto» -, lasciando che la disperazione prenda il sopravvento. Lazzaro è morto, il corpo putrefatto, la carne versa in uno stato di marciume e «manda cattivo odore».

Più morto di così non si può: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là». Contento non perchè Lazzaro è morto (appena lo seppe «scoppiò a piangere») ma perchè, facendolo risorgere, «voi crediate». L’Amico maiuscolo lascia che la morte metta l’amico minuscolo in condizioni che tutti dicano: “E’ morto, da tre giorni” per poi divertirsi a fare le boccacce alla morte. A sgonfiarla: «Lazzaro, vieni fuori! (…) Il morto uscì».

Non fu per menefreghismo, dunque, che «rimase per due giorni nel luogo in cui si trovava». Ci rimase perchè volle fare dell’amico l’anticipazione più vera di quello che sarebbe poi accaduto a lui: ridurre a semplice macchietta la morte per far risorgere la fede dei suoi amici. Come volesse dire: “Sto per fare anch’io la stessa fine di Lazzaro. Ma dopo tre giorni, risusciterò.

Vi avviso: non abbiate a temere quando mi accadrà. Ricordatevi di Lazzaro”. Ciò che parve una grave forma di menefreghismo, fu la più alta dimostrazione d’amicizia, riservata al suo amico più caro: farsi il più possibile simile al suo destino per diventare una sorta di promemoria per i tempi bui all’orizzonte. Non risparmiò alle amiche l’angoscia della morte: stette vicino a loro. Neanche permise alla morte, però, d’avere l’ultimissima parola.

Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte