La solita buccia di banana
La faccenda parte alquanto viziatella. Erodiani e farisei – che coppia, ragazzi! – quando incontra Gesù alzano la mano per fargli una domanda. E’ bellissimo il domandare, lo è un po’ meno quando si alza la mano per dimostrare, a colui al quale stiamo domandando, che noi sappiamo già la risposta. O che facciamo la domanda con altri fini: «(I farisei) Tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi».
Interessante il domandare di costoro: non tanto su come fare per diventare santi (è la specializzazione di Gesù) quanto per metter nel sacco questo predicatore errante che, comunque passi, accende la vita che trova con le sue parole. Eccoli con una domanda che non può che essere una domanda trabocchetto, una sorta di buccia di banana: «E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare».
Gliela fanno, ovviamente, dopo avere cercato di comprarselo con dei complimenti, sempre apprezzati: «Sappiamo che non hai soggezione di alcuno, perchè non guardi in faccia a nessuno». Cristo, uno tutto d’un pezzo – e questo lo sanno – non dice ne sì ne no: dicesse sì perderebbe tutta la stima del popolo, dicesse no darebbe ai Romani il pretesto (già sul tavolo) di essere uno di quei sobillatori che aizzano le folle contro il potere.
La sua risposta è da genio come sempre: «Portatemi un denaro». Glielo portano: porta stampata la faccia di Cesare. Gesù la guarda, quella faccia lo (ri)guarda come cittadino romano, li guarda: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio voi rendetelo a Dio». Punto a capo. Risolta la disputa in quattro e quattr’otto.
Non fu difficile per Cristo, pesare le parole in base alle bocca che le pronunciarono, li aveva già smascherati perchè conosceva «la loro ipocrisia» (cfr Mt 22,15-21). Sepolcri imbiancati.
Cristo, delle monete, non sa che farsene: “Giusto pagare le tasse, figliolo mio – gli avrà insegnato Giuseppe mentre, tra uno sgabello e l’altro, emetteva la fattura per il lavoro svolto -. Ricordati, però, di non vendere mai l’anima tua a nessuno che non sia il Dio dei nostri padri”. Detto, fatto.
Un gesto eloquente da apparire un manifesto politico. Il che, bando alle ciance, non è proprio. La cosa è più semplice. Nella moneta c’è l’effige di Cesare: ridategliela. Nell’uomo, però, c’è l’effige di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò» (Gen 1,27). la moneta, dunque, a Cesare: l’uomo e la donna, dunque, a Dio. E il tutto appare d’una semplicità bambina.
Ceto che il tintinnìo delle monte è musica alle orecchie delle creature: servono, si usano, sono merce di scambio, motivo di soddisfazione. Strumento di dignità e percorso di realizzazione professionale: questo il Cristo lo sa bene, essendo stato garzone di bottega assunto dal padre Giuseppe.
La sua è una questione più alta: la moneta è a servizio dell’uomo, non l’uomo a servizio della moneta. Rimane valida, la moneta, finchè sarà l’uomo a comandarla: diventerà nefasta, la moneta, quando sarà lei a comandare l’uomo. Al pointo tale, certe volte, da accaparrarsi lei del compito di dire quanto vale o non vale un uomo dal numero di monete che possiede.
“Questo no! – sembra dire a quell’uditorio che sta mettendo alla prova il Cristo – questo proprio no: l’uomo e la donna varranno sempre a prescindere dal numero delle monete: valgono per il semplice fatto d’essere stati fatti a mia immagine e somiglianza”. Dal numero di monete, dal lavoro che faranno, dal ruolo che rivestiranno. Valiamo perchè ci ci ha messi al mondo belli com’è bello Lui. Ch’è la bellezza fatta carne.
L’uomo appartiene a Dio: nessuna moneta può mai comprare cosa non ha prezzo. Chi non ha prezzo: appartenere a qualcuno che ti fa sentire libero, che ti dice “sei mio/a” senza farti sentire posseduto, ma regalandoti la sensazione di appartenergli è una delle sensazioni più magiche che esistano in natura, che si possano provare.
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Salutarsi la sera, darsi la buonanotte dicendosi “A domani” con quel sottile filo di appartenenza. E’ il sesto senso: quello di Dio, delle madri.
Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte
