Il Signore ci chiede la fedeltà alle piccole cose
E noi che pensiamo che vivere è accumulare, possedere, trattenere; noi che ci sentiamo al sicuro se solo riusciamo a tenere in pugno tutto quel che siamo stati capaci di guadagnare: denaro, amore, tempo, sicurezze. Le stringiamo forte quelle mani, per paura che qualcosa possa sfuggirci, per paura di perdere qualcosa.
Gesù oggi invece sovverte la nostra economia: chi perde, trova; chi trattiene, disperde. Disperdere, che è come impedire all’acqua di scorrere e farla marcire; come far ammuffire un chicco di grano, tenendolo al riparo, quando invece per vivere necessita di “perdersi” nella terra. Perché solo così potrà diventare spiga.
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Eccolo, questo Dio del paradosso che addirittura mette in discussione i nostri legami più profondi, sovvertendo anche quella certezza dei nostri amori viscerali. Non c’è competizione nelle sue parole, non c’è misura in questo Dio smisurato: Lui vuole solo salvare dall’idolatria i nostri affetti, perché ci sono amori che trattengono e amori che liberano, legami che custodiscono la vita e altri che la imprigionano nella paura, nel possesso, nell’abitudine.
Ci sta insegnando ad amare come lui: senza catene, senza pretese, senza divorare. Sarà forse questa la nostra croce? Quella di faticosamente imparare un modo di amare più largo, senza confini, non dominato dalla paura di perdere, che suggerisce sempre di conservare, ma un amore che moltiplica quel poco che c’è.[…] Continua a leggere su Avvenire.
