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don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 4 ottobre 2026

La vigna che deve portare frutto

Gesù oggi racconta una parabola molto semplice. Parla di una vigna, di un padrone e di alcuni contadini. Ma dietro questa storia c’è qualcosa che riguarda da vicino anche noi.

Il padrone prepara tutto con cura: pianta la vigna, la circonda con una siepe, scava la buca per il torchio, costruisce una torre. Poi «la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano». Si fida.

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La prima cosa che il Vangelo ci dice è questa: la vita è una vigna che Dio ci ha affidato. Non ne siamo i padroni. Abbiamo ricevuto tempo, capacità, persone da amare, una comunità cristiana, la fede, la Parola, i sacramenti. Tutto questo è la vigna.

Pensate a chi riceve in prestito per un mese la casa al mare di un conoscente. I primi giorni la cura, annaffia i fiori. Dopo qualche settimana comincia a sentirla sua: sposta i mobili, cambia le tende, e se il proprietario telefona lo vive quasi come un disturbo. Così i contadini: dimenticano di essere ospiti e si credono padroni.

«Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti», il padrone manda i suoi servi. Chiede quello che la vigna ha prodotto. Anche Dio cerca frutti: non una vigna bella da vedere ma senza uva, non una fede fatta di sole parole. Cerca una fede che diventi vita.

E quali sono questi frutti? Cose semplici. Il cliente che torna indietro a restituire dieci euro ricevuti per sbaglio alla cassa. La lingua morsa un attimo prima di passare un pettegolezzo che rovinerebbe qualcuno. Il coraggio di dire «ho sbagliato», senza difendere l’indifendibile per orgoglio. Il Vangelo cresce dentro queste cose.

Ma i contadini non vogliono rendere conto: «presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono». Chi sono oggi i servi che Dio ci manda? La coscienza che ci punge. Il povero che incrociamo e preferiremmo non vedere. Quella pagina del Vangelo che ci mette a disagio. Noi non uccidiamo nessuno, ma possiamo far tacere queste voci, come con la sveglia del mattino: la spegniamo e diciamo «ancora cinque minuti».

Eppure il padrone non si stanca. Manda altri servi e, alla fine, il proprio figlio: «Avranno rispetto per mio figlio!». È la pazienza di Dio. Quante volte torna a bussare: con una parola ascoltata a Messa, una confessione, un fatto inatteso, un momento di silenzio in cui comprendiamo che qualcosa deve cambiare.

Ma i contadini ragionano così: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Vogliono la vigna senza il padrone, i doni senza chi li dona. È una tentazione anche nostra: chiedere a Dio salute, serenità, lavoro, e poi lasciarlo fuori dalla porta quando tutto va bene. «Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero»: Gesù parla di sé, di ciò che accadrà fuori dalle mura di Gerusalemme, sul Calvario.

Poi Gesù chiede: «Che cosa farà a quei contadini?». Gli rispondono: «Quei malvagi, li farà morire miseramente». Senza accorgersene, con quella risposta condannano se stessi. Succede anche a noi: ascoltiamo il Vangelo, pensiamo «ben gli sta!» e non vediamo che la parabola sta guardando proprio noi.

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Ma la storia non finisce con una condanna. Finisce con una pietra: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». In ogni cantiere c’è una pietra storta che i muratori mettono da parte. Poi si scopre che è proprio quella a reggere tutto l’edificio. Quella pietra è Cristo: gli uomini lo hanno scartato e Dio ne ha fatto il fondamento della nostra salvezza.

Gesù avverte: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Non basta essere battezzati, come non basta iscriversi in palestra per avere i muscoli: la tessera in tasca non allena nessuno. Il Regno è per chi porta frutto.

E proprio oggi queste parole ci fanno pensare anche a san Francesco d’Assisi, nell’anno dell’VIII centenario della sua morte. Francesco ha preso sul serio il Vangelo e lo ha trasformato in vita: nella povertà, nella fraternità, nella vicinanza agli ultimi. La sua vita è stata una vigna che ha portato frutto, e dopo ottocento anni continuiamo ancora a raccoglierlo.

È questo che il Signore chiede anche a noi. Non di diventare un altro san Francesco, ma di coltivare con fedeltà il pezzo di vigna affidato a ciascuno.

Alla sera possiamo avere le mani stanche, qualche ferita, tante cose ancora da sistemare. Ma se grazie a noi qualcuno ha ricevuto un po’ di bene, se abbiamo perdonato invece di vendicarci, se abbiamo scelto la verità invece della convenienza, se abbiamo pregato anche senza averne voglia, allora nella vigna è maturato un grappolo. E agli occhi di Dio un solo grappolo maturato nell’amore non è mai poca cosa.

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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