Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 28 dicembre 2025

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Nella domenica fra l’Ottava di Natale, la Chiesa celebra la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, invitandoci ad ampliare il nostro sguardo contemplativo: dalla mangiatoia, dove il Verbo di Dio infante geme nella carne umana che ha voluto assumere «per noi uomini e per la nostra salvezza», alle relazioni familiari che Egli vive con sua madre Maria Santissima e con Giuseppe di Nazaret.

La prospettiva che l’evangelista Matteo ci propone è ancora una volta quella di Giuseppe. Come nel racconto della nascita di Gesù, quando egli è chiamato a riflettere sulla gravidanza straordinaria di Maria, così anche ora, dopo la nascita e la visita dei Magi, Giuseppe viene nuovamente visitato da Dio, che gli rivela un ulteriore tratto del suo disegno su di loro.

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Ancora una volta Giuseppe deve alzarsi, abbandonare le proprie sicurezze, smettere di pensare che tutto sia ormai sistemato e rimettersi in cammino. Ritorna il verbo “prendere” (paralambano): continua la chiamata di Giuseppe a essere custode. Al primo annuncio, Dio lo ha chiamato a essere custode di Maria; ora, insieme a lei, lo chiama a essere custode anche del Bambino.

È proprio questo il senso della vita familiare: essere custodi gli uni degli altri. Gli sposi sono custodi l’uno dell’altro e, insieme, custodi dei figli. È una vocazione alla continua inclusione. Nel vero amore non c’è spazio per l’esclusione né per l’unilateralità. Questo dice la verità di ogni relazione autentica: ciò che è secondo la volontà di Dio non può mai escludere, dividere, ferire o tradire.

L’amore vero, che contempliamo in Gesù, Maria e Giuseppe, include, protegge e realizza il progetto di Dio per l’umanità. Oggi, in un’epoca segnata da una grande sofferenza dell’istituto familiare, fondato sull’amore vero, unitivo e fecondo dell’uomo e della donna, creati a immagine di Dio e uniti nel patto santo del matrimonio, la trasparenza delle relazioni familiari del Figlio di Dio ci illumina e ci consola.

Essa ci invita, come cristiani, sempre di nuovo a “prendere il largo”. Non accontentiamoci di ciò che si consuma velocemente, di relazioni che assecondano l’io e le nostre voglie, ma che non edificano, non includono e non costruiscono.

Proprio come il cammino della famiglia di Nazaret verso l’Egitto e poi di ritorno nella Terra Promessa, con i pericoli e i rischi di ogni viaggio, l’avventura dell’amore e della famiglia è un percorso in salita. Essere cristiani ci ricorda che non tutto è facile, ma anche che non siamo soli nel cammino.

Se lasciamo spazio alla grazia, non resteremo delusi. La fedeltà di Giuseppe e Maria al piano di Dio, il loro amore casto, totalmente orientato al Sommo Bene, ci dice che tutto questo è autenticamente umano: santificato dal Mistero dell’Incarnazione del Verbo e via sicura per la realizzazione del disegno di Dio sull’umanità.

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.