La solennità dell’Ascensione, celebrata quaranta giorni dopo la Pasqua, rappresenta il compimento della presenza del Figlio di Dio nella storia, iniziata con il mistero dell’Incarnazione celebrato nel Natale. Con l’Ascensione si conclude la presenza fisica di Gesù nel mondo e si compie il suo ritorno definitivo nell’abbraccio del Padre. È una festa che ci invita più alla contemplazione che alla comprensione.
Potrebbe persino sembrarci difficile pensare a questa “risalita” di Gesù al cielo. Eppure la liturgia di oggi ci aiuta a cambiare prospettiva: più che soffermarci sul “movimento” di Gesù verso il cielo, siamo chiamati a chiederci che cosa cambia nella nostra vita grazie a questa nuova presenza del Signore.
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Negli Atti degli Apostoli, gli angeli rimproverano dolcemente i discepoli che continuano a fissare il cielo dopo l’Ascensione di Gesù (Cfr. At 1,1-11). È un invito molto chiaro: la partenza del Signore non è un’assenza, ma un nuovo modo della sua presenza. Per questo il cristiano non può vivere fuggendo dal mondo o dimenticando le realtà concrete della vita.
Grazie alla Pasqua, Cristo è presente nella nostra quotidianità: nelle relazioni, nelle gioie, nelle prove, nelle responsabilità di ogni giorno. Egli ci ha promesso che tornerà nella gloria alla fine dei tempi, ma nel frattempo ci ha donato lo Spirito Santo. Non siamo soli: abbiamo tutto ciò che ci serve per vivere pienamente la nostra vocazione cristiana.
L’Ascensione ci insegna così a vivere con i piedi ben radicati sulla terra, ma con il cuore e lo sguardo rivolti al cielo. È la meta verso cui siamo incamminati che illumina il nostro modo di abitare la terra. Lo ripetiamo ogni giorno nella preghiera del Padre Nostro: “come in cielo così in terra”. La vita cristiana consiste proprio in questo: imparare a vivere la terra come anticipo del cielo.
San Paolo, nella lettera agli Efesini, ci offre poi una delle immagini più profonde della Chiesa: Cristo è il capo e noi siamo le membra del suo corpo (Cfr. Ef 1,23). Questo significa che il Signore non è lontano. Egli vive in noi e noi apparteniamo a Lui. Per questo la nostra speranza non è fondata sulle sole forze umane, ma sulla vita nuova che Cristo risorto ha inaugurato.
Dopo la Pasqua e l’Ascensione, siamo fatti per il cielo. Abbiamo già “gettato la nostra ancora” oltre questa vita. Persino i nostri corpi sono chiamati alla gloria della risurrezione, se viviamo nell’amore.
Anche il Vangelo ci consegna un messaggio molto concreto. Gesù non dice ai suoi discepoli di fermarsi, ma di andare. La vita cristiana non può essere statica o ripiegata su sé stessa. Il Signore invia la Chiesa nel mondo perché porti il contagio del suo amore nel cuore dell’umanità.
Ma non basta andare: Gesù chiede anche di “battezzare”, cioè di immergere il mondo nella sua morte e risurrezione. Il cristianesimo non può ridursi ad una presenza vaga o ad un semplice messaggio morale. Il Signore ci chiede un’identità chiara, vissuta sempre nella carità e nella verità.
E infine ci lascia una promessa che attraversa tutta la storia della Chiesa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gesù è sempre presente. Noi, suo corpo nella storia, siamo chiamati a rendere visibile questa presenza attraverso la nostra vita.
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Non possiamo custodire Cristo e tenercelo stretto dentro di noi. Come una lampada posta sul candelabro illumina tutta la casa, così la presenza del Signore, attraverso la vita dei credenti, è chiamata a diffondersi e ad illuminare il mondo.
Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.
