Dalla spiaggia della Chiesetta di Piedigrotta in Pizzo Calabro (VV), Don Leonardo Diaco ci introduce alla liturgia della Terza Domenica di Avvento del 15/12/2024 con il vangelo di Luca (Lc 3,10-18).
Trascrizione, non rivista, del video:
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Davanti al mare di Pizzo, di fronte alla chiesetta di Piedigrotta, che nasce, secondo la leggenda, da un nubifragio conclusosi a lieto fine, questi marinai napoletani, giunti a riva dopo la tempesta, trovarono questa immagine della Madonnina di Piedigrotta come risposta al voto fatto per la salvezza dalle onde e dal mare impetuoso: quello di costruire una cappella.
E questa cappella ha coinvolto un po’ anche il territorio del luogo. Tra vicende diverse, diventa un po’ questa presenza simbolica di Dio: nella grotta, nella caverna, nello spazio che entra dentro la terra. E così come la vita umana nel grembo di una madre, che ci custodisce e ci porta, ci genera, ci conduce alla luce e alla vita.
Terza domenica di Avvento. Dopo aver solennizzato la Vergine Maria e Giovanni Battista, nella seconda domenica, sarà stato felice di cederle il posto, lui che è capace di diminuire sempre, di non occupare spazio ma di indicare qualcuno. La liturgia di domenica, come la quarta di Quaresima, ci fa celebrare la gioia, la gioia che attraversa un po’ tutta la liturgia, quasi ad anticipare la Redenzione che ormai è alle porte: attraverso il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio col Natale, e, nel caso della Quaresima, con la Resurrezione del Signore.
La nostra liberazione è vicina, e questo è sottolineato nella prima lettura di domenica da Sofonia, nel Salmo, e anche nella seconda lettura. Paolo ci invita a essere lieti. Ma anche il Vangelo, con tutta la sua forza, ci presenta il motivo per cui il Battista è così forte, determinato, deciso: proprio per aprirci alla gioia piena dell’incontro con il Signore.
Ma, proprio per entrare nella liturgia della domenica, sarebbe importante porsi alcune domande di partenza. La prima: Giovanni Battista invita alla metanoia, alla conversione, a un atteggiamento, uno stile di vita nuovo. È quella novità che i profeti avevano preannunziato, quelle profezie che canteremo nel novenario del Natale e che si compiono nella vita di Cristo Gesù.
E queste profezie aiutano, da un lato, a leggere i fatti con gli occhi di Dio, ad aprire prospettive. Come dice il Salmo: “Una parola ha detto il Signore, due ne ho udite.” C’è una parola che è di giudizio, sicuramente, pensiamo a quella del Battista, l’ultimo dei grandi profeti. Ma è un giudizio che vuole portarci all’essenziale, al dunque, al crescere, così come qualsiasi percorso educativo deve anche contenere dei “no” per diventare più forti di fronte alla vita.
Mi trovo in questo atteggiamento di conversione, di novità, di metanoia, di cambiamento? La seconda prospettiva è il popolo in attesa, in attesa della venuta del Signore. Il Battista prepara la via al Signore. La Chiesa ha il compito di preparare la strada al Signore.
Ecco, in che atteggiamento di attesa sto? In ogni fatto della mia quotidianità, predispongo la mia vita a questo venire, a farsi presente, al parlare del Signore dentro la nostra vicenda personale? Allora Giovanni Battista ha fatto questa predicazione di conversione attraverso quel rito battesimale, di cambiamento interiore, di vita, un senso di profonda giustizia sociale, di penitenza. Si era ritirato nel deserto, vivendo un po’ quella parola di Isaia: “Una voce grida e prepara nel deserto la via al Signore.”
E questo deserto è una condizione non solo geografica, ma soprattutto esistenziale, interiore, cioè quello spazio, così come questa grotta che ospita un po’ l’immagine di Maria e di altre figure significative. Che spazio lascio al Signore dentro la mia esistenza?
Per farlo, le folle si avvicinano al Battista e pongono quella domanda: “Che cosa dobbiamo fare? Come dobbiamo essere di fronte a questo venire del Signore?” È interessante che nel capitolo 3, all’inizio, il discorso è per le folle, tutti i popoli. Per tutti i popoli il Signore prepara un banchetto. Ma, pian piano, si diventa popolo, e cioè dalla folla si esce, si assumono delle responsabilità.
Ci è suggerito di non portare due tuniche, cioè di dividere con chi è nella difficoltà. Ci è detto, ci è chiesto di non sopraffare, cioè di non usare i nostri ruoli, i nostri servizi a scapito degli altri, e di non pretendere, di non metterci in un atteggiamento di autorità o superiorità nei confronti di chi si incontra.
In questo senso, il nostro compito è quello di essere se stessi, realizzare il disegno di Dio sulla propria vita, permettendo che anche gli altri possano farlo. E quindi, alla fine, il Battista indica il venire del Signore con un atteggiamento di giudizio severo. Anche il Battista dovrà fare questo cammino di conversione, dovrà mandare qualcuno a chiedere al Signore Gesù se è lui o dobbiamo attenderne un altro.
Certo è che l’atteggiamento del Battista è quello di chi indica qualcun altro, tant’è che distingue bene il battesimo di fuoco che Gesù è venuto a portarci. E il fuoco è il segno della passione, dell’interiorità, di quella realtà che più delle acque – come dice il Cantico – non solo è segno del coinvolgimento, ma anche dell’essenzialità, che riduce le cose al dunque.
E al dunque siamo ricondotti attraverso quell’invito che l’apostolo Paolo, in catene, probabilmente in prigionia, rivolge ai Filippesi, dicendo che bisogna agire secondo lo spirito di Dio, con amabilità (“epieikes”), che indica accoglienza, benevolenza, mitezza, mansuetudine.
Nelle situazioni di vita, la capacità di essere sereni, magnanimi, non egoisti, non centrati su se stessi. “Siate lieti!” E questa gioia che viene augurata dall’apostolo Paolo, scrivendo alla comunità di Filippi, ci dice non solo che la nostra gioia è sperare nel dono del Signore e nel suo intervento, ma che è proprio lo sperare la nostra gioia: sapere che il Signore è con noi.
In questo senso, mi pare molto emblematico il Salmo, quando dice che la nostra gioia nasce dal fatto che il Santo di Israele è in mezzo a noi. È l’esperienza che Sofonia rivolge a Sion, la invita a gioire. E sembra che questa pagina di Sofonia sia un po’ lo sfondo della visita dell’Angelo a Maria: gioire, rallegrarsi, non lasciarsi cadere le braccia, perché il Signore gioirà e permetterà di farti esultare con gioia.
Ecco, direi che questa domenica della gioia sia il giusto modo di porci di fronte al mistero del Natale, che incombe su di noi, come questo mare che, battendo sulla pietra, la scalfisce e la lavora. Lasciamo lavorare il Signore dentro la nostra vita, anche se questo comporta, a volte, ferite, dolori, piaghe. Ma attraverso questa esperienza di erosione di tutto ciò che di uomo vecchio c’è in noi, è possibile aprirsi alla Grazia e alla gioia della fede.
Buona terza domenica di Avvento a tutti.
