Gesù non c’è
PASQUA del SIGNORE
“Gesù non c’è, è andato via…” Insieme al canto gioioso dell’Alleluia, proprio della Pasqua, nella mia mente risuonano anche le parole di una celebre canzone di Nek di trent’anni fa, che iniziava così: “Laura non c’è, è andata via…”. Quel brano descrive un amore finito ma vivo nel ricordo e nel cuore di chi è stato lasciato. Nonostante una nuova relazione, la nostalgia per Laura è così intensa da sentirla ancora presente nella nuova compagna, quasi a sminuire il legame attuale di fronte al ricordo di lei.
Allo stesso modo, le donne che si recano al sepolcro di Gesù sono immerse in un profondo dolore e nella mancanza del Maestro. I suoi amici più intimi sono fuggiti, lasciando sole queste donne che, come ci ricorda l’evangelista Luca, pur mantenendosi a distanza, erano state testimoni della sua morte.
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Portano con sé aromi per ungere il corpo senza vita, secondo la tradizione. Ma è proprio in questo luogo e in quest’atmosfera di lutto che irrompe un messaggio di tutt’altro genere. I due uomini vestiti di luce sfolgorante contrastano nettamente con il clima funebre. La pietra rotolata via dall’ingresso del sepolcro è un segno tangibile di un cambiamento radicale. E soprattutto, le loro parole ribaltano ogni aspettativa: Gesù non è tra i morti, non si trova lì dove ci si aspetterebbe, irrigidito e imprigionato dalla morte.
La domanda con cui i due uomini iniziano il loro discorso è come un campanello che scuote la mente e il cuore dal torpore della tristezza: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”.
Quelle donne cercano un corpo da imbalsamare, ma incontrano due messaggeri che indicano un compito diverso: da custodi della morte a annunciatrici di vita!
Qual è la prima reazione al loro annuncio? Incredulità. Proprio i discepoli, i più vicini a Gesù, considerano quelle parole di vita come un’assurdità priva di senso e concretezza. Gesù è morto, punto.
La morte, dunque, non aveva colpito solo il corpo di Gesù sulla croce, ma anche i cuori, le speranze e il futuro di quanti gli erano legati. Parlare di vita in una situazione simile sembrava un vaneggiamento fuori luogo.
Fortunatamente, Pietro, spinto da quella curiosità mista a speranza che alberga in ognuno di noi, non si arrende e va a verificare di persona. E anche lui constata che davvero qualcosa è cambiato e che la parola fine su Gesù non è la morte. Il racconto del giorno della resurrezione, che occupa l’intero capitolo 24 del Vangelo, ci mostra Gesù che si manifesta vivo, non come un fantasma, ma come essere vivente in carne e ossa, come vita nuova. E questa esperienza è giunta fino a noi attraverso i secoli.
Parlare di vita oggi può sembrare a volte un’illusione, specialmente in un’epoca segnata da morte, guerra e ingiustizia. Sperare nella pace e credere nella fratellanza umana appare fuori luogo. Ma proprio in questa Pasqua segnata da una “guerra mondiale a pezzi” (come la definisce spesso Papa Francesco) e da conflitti di vario genere (armati, economici, sociali, con l’indifferenza verso i più poveri…), a noi cristiani è affidato questo messaggio: Gesù è vivo, e il suo messaggio non è stato ucciso e non potrà mai esserlo.
Gesù non va cercato nei luoghi di morte, che come cristiani dobbiamo fuggire per andare dove egli vive e ci cerca a sua volta. Come cristiani non possiamo quindi coltivare morte, guerra, ingiustizia, pregiudizio e indifferenza, perché se davvero ci sta a cuore Gesù, non è lì che lo troveremo! Lui è vivente, non morto e imbalsamato in ritualità vuote e tradizioni stucchevoli. Imitiamo Pietro! Anche se spesso le parole della fede ci sembrano belle ma distanti dalla realtà, crediamoci e andiamo in cerca di segni di vita. Come Pietro e gli altri discepoli, saremo pieni di stupore.
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Gesù non c’è, è andato via… Mettiamoci in cammino anche noi alla sua ricerca, perché dentro il nostro cuore, se lo sappiamo ascoltare, continua a vivere e ci invita a crederci, per cambiare il mondo
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)

