Spesso mi capita di vedere gruppi di ragazzi o coppie che stanno insieme ma ognuno immerso nel proprio cellulare. È curioso: vicini ma lontani, insieme ma soli. Ci siamo abituati a non guardarci negli occhi, a vivere a metà, con un piede nella realtà e l’altro nel digitale. Eppure, questa non è solo una questione di tecnologia; è il riflesso di una domanda più grande: verso cosa mi sto orientando con la mia vita?
Nel Vangelo di oggi, Gesù passa lungo il mare e chiama Simone e Andrea, poi Giacomo e Giovanni. Stavano pescando, occupati nelle loro faccende quotidiane, ma al suo invito lasciano tutto. È impressionante: non fanno calcoli, non chiedono garanzie. Perché? Perché la loro vita aspettava qualcuno che desse senso a ciò che già facevano. La loro rete, un oggetto così concreto, diventa il simbolo di quello che anche noi spesso teniamo stretto: sicurezza, abitudini, schemi mentali.
Noi non siamo tanto diversi: quante volte cerchiamo qualcosa che ci riempia, ma ci sentiamo sempre incompleti?
Al tempo di Gesù, i pescatori non erano visti come grandi pensatori o persone “importanti”. Erano gente pratica, abituata a convivere con la fatica e i fallimenti. Eppure, Gesù non sceglie scribi o sacerdoti, ma loro. San Giovanni Crisostomo dice: “Dio non guarda ciò che l’uomo è, ma ciò che può diventare con Lui”. Ma quanto è bella questa cosa? Non devi essere già perfetto per seguire una chiamata, devi solo essere disponibile e lui ti eleverà a potenza.
Nelle relazioni di oggi, quanti muri creiamo per paura di essere vulnerabili! Gesù ci mostra che solo uscendo da noi stessi possiamo incontrare davvero gli altri e noi stessi. È come quando un amico ti guarda negli occhi e dice: “Io credo in te”. Non è disarmante?
E a te: Cosa c’è nella tua rete che ti impedisce di rispondere al sogno più grande che Dio ha per te? Non lasciarti distrarre, non restare nel “forse”. Smetti di riparare una rete vuota e scopri cosa significa diventare davvero un pescatore di uomini.
don Domenico Bruno
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