don Claudio Doglio – Commento al Vangelo del 8 febbraio 2026

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Sale e Luce: Testimoni della Sapienza di Cristo

Ispirandosi al Vangelo di Matteo, don Claudio esorta i cristiani a essere sale e luce. Attraverso il servizio e la carità verso il prossimo, i discepoli riflettono la sapienza e la salvezza di Cristo, trasformando la debolezza umana in testimonianza luminosa per il mondo intero.

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Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.

Subito dopo il grande portale delle beatitudini, l’evangelista Matteo pone, nel discorso della montagna, un insegnamento di Gesù che attribuisce ai suoi discepoli la qualità di sale della terra e luce del mondo. È il brano di Vangelo che ci è proposto in questa quinta domenica del tempo ordinario. Riprendendo il tema della luce: quando Gesù cominciò a predicare, il popolo che lo ascoltava vide una grande luce. Gesù fu una luce per i suoi discepoli sulla montagna. Egli sta tenendo il discorso che è luce del mondo, ma coinvolge in questo impegno i suoi discepoli. Coloro che si sono avvicinati a lui e che ascoltano la sua parola sono investiti di una responsabilità, hanno un compito: essere a loro volta luce per gli altri. È il motivo che tiene insieme anche la prima lettura e il salmo responsoriale. Ma prima dell’immagine della luce, Matteo adopera l’immagine del sale. Com’è possibile essere il sale della terra? Il sale è il simbolo del sapore, del gusto, e le pietanze senza sale sono insipide. I toscani dicono “sciocche”. Una persona senza sale è una persona stupida.

Essere sale per la terra, allora, vuol dire essere capaci di trasmettere il gusto della vita, di dare sapore alle realtà terrene senza trasformare il mondo in una saliera. Il sale deve essere usato in piccole quantità: “quanto basta”, dicono le ricette di cucina. Troppo rovina la pietanza, poco la lascia insipida. Quanto ce ne vuole? Il suo giusto. E il sale si scioglie, sparisce, ma se è in quantità giusta rende la pietanza buona, gustosa, né insipida né salata. È un compito serio quello che hanno i cristiani, discepoli di Gesù: quello di sparire nel mondo e di rendere gustosa la minestra della vita. Ma forse c’è anche un altro significato, perché gli antichi usavano il sale anche, e soprattutto, per conservare gli alimenti. Noi oggi abbiamo tanti altri metodi per poter conservare i cibi, ma gli antichi, senza frigoriferi o congelatori, ricorrevano al sale; e in un ambiente di pescatori come quello del lago di Galilea, con le persone abituate a questo tipo di attività, era facile pensare al pesce messo a marinare sotto sale.

Era il modo abituale per conservare a lungo gli alimenti; anche la carne veniva fatta seccare e conservata sotto sale. Gli antichi commentatori, infatti, insistono proprio su questo aspetto: i cristiani sono il sale della terra in quanto possono conservare la salvezza operata da Cristo. San Giovanni Crisostomo dice: “Se il pesce è già andato a male e tu ci metti il sale, non torna buono; quello che però è sano, con il sale si conserva buono”. È Cristo che salva; il nostro compito è quello di custodire la salvezza operata da Cristo. Cristo è la luce; noi però siamo delle lampade che trasmettono la luce di Cristo. Siamo stati illuminati, abbiamo bisogno della luce di Cristo, ne abbiamo sempre bisogno per tutta la vita; ma, illuminati da Cristo, a nostra volta diventiamo luminosi, diventiamo capaci di far luce agli altri. Se io ho una lampada in una zona completamente buia, la mia luce fa bene anche a chi è vicino a me. Possono venire insieme con me perché questa luce che ho io illumina la strada anche per loro.

Se il sale perde il sapore, non serve più a niente; se la luce si spegne, è tutto buio. I discepoli di Cristo conservano la lampada accesa, custodiscono il gusto del sale perché il mondo possa sperimentare l’azione salvifica di Cristo. È Lui che dà gusto, la sapienza; è Lui la luce che illumina. Noi, resi sapienti e luminosi da Lui, collaboriamo in quest’opera importantissima: Cristo vuole avere bisogno di noi. E il profeta ci dice in quale modo. Il brano del capitolo 58 di Isaia appartiene all’ultima parte del grande rotolo di Isaia, quello raccolto dopo l’esilio, chiamato del “terzo Isaia”. È un testo che riguarda la corretta interpretazione del digiuno: le regole rituali o liturgiche devono essere intese, dice il profeta, in modo sapiente, con “sale”. Non si tratta semplicemente di non fare qualcosa, di non mangiare o di saltare qualche pasto o qualche cibo. Se il digiuno è penitenza, allora ci vuole un impegno a dividere il pane con l’affamato, a introdurre in casa chi non ha casa, a vestire chi non ha abito.

Allora, se tu comprendi in questo modo l’impegno di penitenza — cioè come una condivisione, un servizio, un’apertura all’altro — la tua luce sorgerà come l’aurora. Se tu ti apri all’altro e ti accorgi della sua necessità, tu sorgi come luce, diventi una luce per l’altro. La tua ferita si rimarginerà presto. Notate questo particolare: tu sei ferito, ma se ti occupi solo della tua ferita e pensi solo a te stesso, quella ferita non guarisce. Se invece ti apri all’altro e curi le sue ferite, la tua guarirà presto e tu diventerai luce per l’altro. Allora potrai invocare e il Signore ti risponderà subito. Ecco come diventare luce: assumendo nella nostra vita lo stile stesso del Signore. Ed è quello che ci insegna la liturgia proponendoci di ripetere un ritornello al salmo responsoriale: “Il giusto risplende come luce“. Io voglio essere quella persona giusta e la mia giustizia, che nasce da Cristo, diventa luce per gli altri. Il salmo 111 è la beatitudine dell’uomo che teme il Signore. È un acrostico alfabetico: nell’originale ebraico è fatto di 22 versetti, tanti come le lettere dell’alfabeto. Ogni riga inizia con una lettera successiva dell’alfabeto e il versetto che interessa come motivo tematico è proprio il primo che ci è proposto: “Spunta nelle tenebre luce per gli uomini retti“. Beato l’uomo che teme il Signore, che cammina nelle sue leggi; egli spunta come luce nelle tenebre. Il giusto splende come luce.

Chi accoglie la grazia del Signore e concretamente nella sua vita la vive, diventa luce per gli altri. San Paolo è un esempio di questo: scrivendo nella prima lettera ai Corinzi a quella comunità che egli aveva fondato pochi anni prima, ricorda come si è comportato fra di loro. “Quando sono arrivato fra di voi”, dice, “non mi sono presentato ad annunciarvi il mistero di Dio cercando delle dimostrazioni filosofiche con degli argomenti accattivanti, con la retorica convincente di un venditore abile nel piazzare la sua merce. Mi sono presentato nella mia debolezza, nella mia umanità, nella semplicità della mia persona guidata dallo Spirito”. Dice Paolo: “Io, quando sono arrivato in mezzo a voi, vi ho detto che sapevo una cosa sola: Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso“. Vi ho proposto qualche cosa di debole; ed ero io debole, pieno di paura e di debolezza umana, ma ero illuminato da Cristo. Paolo si è presentato come un uomo pieno di Cristo, avvolto dallo Spirito di Gesù, una persona luminosa sebbene debole e povero. È arrivato da solo, senza mezzi, senza una casa, senza nessuna struttura; non aveva una grande abilità di parola, non aveva da dimostrare nulla, parlava di un uomo morto sulla croce. Più debole di così non si poteva essere. Eppure Paolo attirò e conquistò molte persone; rimasero colpite dalla sua luce, gustarono la bellezza della vita attraverso la sapienza di Paolo. Passarono dalle tenebre alla luce, illuminati dall’insegnamento di Paolo, perché Paolo aveva la sapienza di Cristo, perché Paolo era illuminato da Cristo e a sua volta era diventato luce per gli altri. Il giusto risplende come luce.