Il Trionfo del Re Mite: Verso la Settimana Santa
In questo commento don Claudio Doglio analizza il significato profondo della Domenica delle Palme, momento che segna il vertice della Quaresima e l’inizio della Grande e Santa Settimana.
Don Doglio descrive l’ingresso di Gesù a Gerusalemme non come quello di un generale conquistatore, ma come quello di un re mite e disarmato che, seduto su un asino come un uomo semplice, sceglie la via della povertà per offrire la salvezza. Attraverso il commento alle letture, l’autore sottolinea il paradosso della Passione: quello che appare come un fallimento umano è in realtà il “grande trionfo” e il capovolgimento della storia, poiché scardina i nostri schemi mentali e le logiche di potere terrene.
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Il sacrificio del Figlio di Dio è presentato attraverso il concetto di kenosi (lo svuotamento di sé): Gesù accetta l’umiliazione totale e la condizione di schiavo, un abbassamento estremo che Dio trasforma in esaltazione suprema. Infine, don Doglio evidenzia come la narrazione della morte di Gesù nel Vangelo di Matteo — con il particolare esclusivo dell’apertura dei sepolcri — mostri una morte che sprigiona immediatamente la potenza della risurrezione, capace di donare ai fedeli la vita nuova dello Spirito già prefigurata dai profeti.
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Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista* tramite IA.
Con la Domenica delle Palme il cammino della Quaresima raggiunge il suo vertice: iniziamo la grande e santa settimana che ricorda e celebra la passione salvifica del Signore, il dramma della sua passione, della morte e della risurrezione per la nostra salvezza. La Settimana Santa inizia con l’ingresso di Gesù in Gerusalemme che noi commemoriamo in questa domenica che precede la Pasqua, facendo memoria di quell’evento festoso con cui le folle di Gerusalemme accolsero Gesù che entrava nella città santa.
Gli evangelisti citano un versetto del profeta Zaccaria come applicazione a quell’evento di Gesù: «Ecco a te viene il tuo re mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma». Quel testo che il profeta rivolgeva alla figlia di Gerusalemme, figura corporativa del popolo di Israele, invitava a una lode entusiasta perché finalmente arriva il re; ma è un re mite, disarmato, seduto su un asino come un contadino, un uomo semplice del popolo. Il profeta annunciava che quel re messianico, mite e mansueto, eliminerà carri e cavalli, distruggerà le armi.
Gesù non entra da generale conquistatore su uno splendido destriero bianco; entra con la semplicità del “povero Cristo”, perché la salvezza passa attraverso la povertà del Cristo, il consacrato del Signore. E le folle che lo accolgono osannanti forse hanno capito che lui è davvero il Salvatore, o forse lo stanno usando: succede sempre così. Fin dall’inizio l’uomo non si è fidato di Dio e non ha accettato lo stile di Dio; ha finto di aderire per far fare a Dio quel che aveva in testa lui, ma è stata una storia di fallimento. Anche questa è una storia di fallimento: un re fallito che entra in Gerusalemme ma non sale al trono, sale sulla croce. È un Messia sconfitto e tuttavia è l’unico vero successo, è il grande trionfo, è il capovolgimento della storia umana, dei nostri modi di pensare, dei nostri schemi.
Con quei rami di palma che noi portiamo e benediciamo, e poi conserviamo a casa, in qualche modo annunciamo una salvezza che ci supera, una rivelazione che cambia il nostro modo di pensare. Forse cerchiamo solo un portafortuna, uno dei tanti talismani religiosi che possono portar bene; e invece quelle palme, quegli olivi benedetti nelle nostre case, in genere messi vicini a un’immagine sacra o alla croce, sono il segno della passione di Cristo, della grande rivoluzione cristiana operata da lui: è il capovolgimento della nostra mentalità.
Durante la messa delle palme, il profeta Isaia ci propone ogni anno il canto del servo sofferente che in prima persona dice: «Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non mi sono tirato indietro». Ho ascoltato la parola di Dio: è Gesù questo servo di Dio, è lui che ha ascoltato e ha obbedito, non si è tirato indietro. Per questo è stato maltrattato: «Porto il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba, non mi sono sottratto agli insulti e agli sputi»; ma so che il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso.
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E la seconda lettura dalla lettera ai Filippesi ci presenta un testo antico e splendido, un brano lirico con cui l’apostolo Paolo propone una cristologia in due tempi. Il Cristo nella forma di Dio che accetta di abbassarsi, di umiliarsi, di spogliarsi: è lo svuotamento del Figlio di Dio, quella che i teologi chiamano la kenosi, il diventar niente di colui che è tutto. Fino in fondo: più in basso di così non può scendere; per questo Dio lo ha esaltato. C’è un cambiamento, uno snodo decisivo: è questa la rivoluzione cristiana. Proprio perché colui che era nella forma di Dio ha scelto di diventare nella forma di uomo, di schiavo, ed è sceso fino in fondo, Dio lo ha innalzato fino in cima; più in alto di così non si può e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome. E tutti gli angeli in cielo, gli uomini sulla terra e i morti sottoterra piegano le ginocchia e adorano Gesù Cristo nella gloria di Dio.
Noi contempliamo la passione di Cristo in questa prospettiva di vittoria. Il salmo responsoriale, tratto dal Salmo 21, ci propone come ritornello proprio l’inizio, una parola tragica messa dagli evangelisti sulle labbra di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Ma non dobbiamo dimenticare che questo inizio del salmo porta poi una presenza, nel corso della preghiera, di una forte fiducia, di un abbandono totale a Dio. Colui che pronuncia queste parole non è un disperato che vive il silenzio di Dio come un dramma atroce, ma è la preghiera dolorosa e confidente di uno che si abbandona totalmente a Dio, sicuro di vedere la sua salvezza e il suo intervento. Infatti gli ultimi versetti proposti dal testo liturgico sono l’annuncio della vittoria: «Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea». «Non finisce qui la mia storia», dice quest’uomo.
Ci è proposta poi la lettura della passione secondo Matteo, un brano lungo, splendido, che ascoltiamo con commozione ogni anno, entrando anche noi come attori importanti nella storia di questa passione. Mi soffermo solo sul particolare: quel grido finale di Gesù che viene riportato anche nella forma ebraica «Eli, Eli, lemà sabactàni», che è appunto l’inizio del Salmo 21, in cui c’è un’altra espressione: «Fin dal seno di mia madre sei tu il mio Dio». In ebraico «Eli attà»: il grido di Gesù sulla croce abbiamo la possibilità di sentirlo proprio nello stesso suono ebraico pronunciato dal maestro crocifisso: «Eli attà», Dio mio tu. Ma un orecchio che parla aramaico capisce «Elia ta», che significa «Elia vieni»; per questo fraintendono e dicono: «Chiama Elia, proviamo a vedere se viene», e deridono il crocifisso.
Ma quando Gesù grida per l’ultima volta la sua professione di fede, «Eli attà», Dio mio tu, ed emette lo spirito, il velo del tempio si squarcia, la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono e molti corpi di santi che erano morti risuscitano. È un particolare esclusivo di Matteo: mostra l’apertura dei sepolcri alla morte di Gesù; è una morte che dà vita. È quello che domenica scorsa annunciava il profeta Ezechiele: «Aprirò i vostri sepolcri, metterò il mio spirito dentro di voi e vi farò riposare nella vostra terra».
Alla morte di Gesù i sepolcri si aprono e i corpi di santi risuscitano: è l’annuncio della partecipazione alla vita del Cristo risorto. Nella sua morte c’è già la potenza della risurrezione. Nel battesimo noi siamo morti con Cristo e con lui siamo risorti, condividiamo la sua passione nella certezza della risurrezione. Questa Quaresima riaccenda in noi la gratitudine del battesimo: grati al Signore per averci immersi nella sua vita, per averci salvati, per averci dato lo spirito, la luce, la vita, per averci fatti suoi figli.
* La revisione del testo si limita alla formattazione del testo; nessuna parola è stata modificata.
