La Porta Stretta e la Salvezza Universale
Don Claudio riflette sul Vangelo di Luca, in particolare sul brano in cui Gesù affronta la questione della salvezza. Il commento esplora l’idea della “porta stretta” come metafora di una vita vissuta secondo gli insegnamenti di Gesù, sottolineando che la salvezza non è automatica ma richiede impegno personale e l’adesione al suo stile di vita.
Continua dopo il video.
- Pubblicità -
Viene inoltre evidenziato come il messaggio di salvezza sia universale, aperto a tutti i popoli, contrariamente a interpretazioni più restrittive. Infine, si fa riferimento alla Lettera agli Ebrei, che offre una prospettiva sulla sofferenza come correzione divina e opportunità di crescita.
Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.
Mentre era in cammino verso Gerusalemme, Gesù passava insegnando per città e villaggi. Così inizia il brano del Vangelo secondo Luca, proposto in questa XXI domenica del tempo ordinario. Il brano è tratto dal capitolo 13 e contiene un ammonimento di Gesù che risponde ad una domanda: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
Gesù rifiuta di rispondere, non dice che sono tanti o che sono pochi. Dice: “Fate in modo, datevi da fare, allenatevi come gli atleti che fanno dell’autentico agonismo a entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entrare per quella larga, ma non ci riusciranno”. È una immagine metaforica. La porta stretta è il Vangelo, è una bella notizia, è la persona di Gesù, ma bisogna passare attraverso quella porta. Gesù è la porta, Gesù è l’unico che mette in comunicazione l’uomo con Dio. Bisogna passare attraverso di lui.
“Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi rischiate di rimanere fuori”. Hanno chiesto: “Sono pochi quelli che si salvano?”. Gesù risponde personalizzando il problema: “Fate in modo di essere salvi voi, perché siete proprio voi che rischiate di rimanere fuori dalla porta”.
Gli dicono: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, hai insegnato nelle nostre piazze”. Come dire: “Siamo stati a messa tante volte con te, abbiamo sentito o fatto tante prediche”. Ma Gesù risponde: “Non vi conosco, non so di dove siete, non conosco la vostra origine, non derivate da me, avete preso da qualcun altro”. È un’affermazione importante: da chi abbiamo preso?. Prendiamo da Gesù, deriviamo da lui. La nostra origine è lui. Come lo possiamo dire? In base a quello che facciamo. È lo stile della nostra vita, la nostra azione, la nostra operazione, la nostra origine.
“Attenzione,” dice Gesù, “perché vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe seduti a tavola nel regno dei cieli e voi rischiate di essere cacciati fuori”. È un discorso che sta facendo nell’ambiente israelita, al popolo dell’alleanza, a quelli che erano convinti di essere salvati per forza, naturalmente. Però anche per noi il discorso vale tale e quale. Anche noi siamo convinti che per il fatto stesso di essere cristiani, di appartenere alla Chiesa, di partecipare alle funzioni, almeno a qualcuna, è sicuro e scontato che siamo salvi. E per essere tranquilli, qualcuno dice che si salvano tutti. E Gesù fa un discorso molto più serio e mette in guardia ciascuno dal pericolo di non salvarsi.
“Verranno da Oriente e da Occidente, da settentrione a mezzogiorno”. Cioè, tutti i popoli di tutte le latitudini verranno. A tutti è offerta la salvezza, tutti si possono salvare: quelli del nord e quelli del sud, quelli dell’est, quelli dell’ovest. Ma il rischio è che qualcuno dei primi diventi ultimo e quelli che sono convinti di entrare restino fuori.
- Pubblicità -
Ecco perché è stata scelta come prima lettura una pagina che conclude il libro di Isaia con una decisa apertura universalista. Tutti i popoli sono chiamati a venire a Gerusalemme. Tutte le genti, tutte le lingue, i superstiti di tutte le nazioni possono essere accolti nel popolo del Signore. Era una linea di grande apertura nel post-esilio che poi fu limitata con la riforma di Esdra e di Neemia. Questa mentalità profetica dell’apertura universale, dell’accoglienza di tutti, venne sostituita con una rigida chiusura etnica. Solo quelli che appartengono alla razza di Israele possono dirsi il popolo eletto e di conseguenza essere salvati.
C’era nei profeti invece un’apertura a tutti i popoli. “Dice il Signore, anche fra gli stranieri mi prenderò sacerdoti e leviti, tutti i popoli possono offrire il sacrificio gradito a Dio”. Il salmo responsoriale è il più breve del salterio, il 116, di solo quattro righe: “Genti tutte, lodate il Signore! Popoli tutti, cantate la sua lode!”.
La lettera agli Ebrei, dopo aver presentato gli esempi della fede e averci mostrato Cristo come il punto fermo di osservazione, dà una motivazione alla sofferenza. “È la correzione del Signore,” dice, “Non perdetevi d’animo se venite ripresi da lui”. Il Signore corregge quelli che ama. Dio vi tratta da figli e i figli vengono educati e corretti dai genitori e, talvolta, quello che lì per lì ci fa soffrire poi col tempo si rivela molto utile. È stato formativo, è un’esperienza che abbiamo fatto e possiamo fare. Pensando a qualche sofferenza del passato, è possibile dire: “Mi è servita, mi ha fatto bene, ho imparato a vivere”.
“Rinfrancate allora le mani inerti e le ginocchia fiacche”. “Camminate diritti con i vostri piedi”. È un’esortazione a non essere operatori di iniquità, ma a derivare da Gesù Cristo. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”. “Passate attraverso Gesù”. Tutti potete passare attraverso Gesù, ma per essere salvi dovete passare attraverso di lui, cioè vivere concretamente il suo stile.
