Come spesso ci capita, per comprendere questo Vangelo partiamo facendo un passo indietro e ampliando l’orizzonte. Il capitolo 18° di Matteo riporta il quarto dei cinque grandi discorsi in cui l’evangelista raggruppa il Tuo insegnamento.
Continua dopo il video.
- Pubblicità -
È rivolto ai discepoli ed ambientato in Galilea poco dopo la Trasfigurazione. In particolare, ci dà le coordinate della vita della Tua comunità: il “Regno dei Cieli”.
Parte dalla domanda – innocente? Interessata? Non lo sappiamo – che Ti fanno i discepoli su chi in essa sia il più grande. Tu non aspetti altro e ribalti immediatamente e totalmente la prospettiva.
Il più grande è che si è fatto piccolo come quel bambino che hai chiamato lì e posto in mezzo a loro. Anzi, chi non si converte e diventa così neanche ci entra nel Tuo Regno.
La prima conseguenza, gravissima, è il fatto di evitare di scandalizzare uno di “questi piccoli che credono in Te”. Segue la parabola della pecorella smarrita, che rivela l’attenzione del Padre verso i piccoli che si perdono.
A questo punto troviamo il Vangelo di questa domenica, la cosiddetta “correzione fraterna” e la grandezza dell’essere insieme, anche se pochi.
Il discorso poi termina con la parabola del servo spietato che nasce da una domanda di Pietro circa il numero di volte in cui sia necessario perdonare, le famose settanta volte sette.
Solo contestuallizzando il fatto che siamo tra la pecorella smarrita e la parabola su di un perdono infinitamente sovrabbondante possiamo inoltrarci nel Vangelo di oggi. Non ci propone difficoltà interpretative: ciò che dice è semplice e lineare.
Parte dal fatto realistico che il fratello potrebbe compiere azioni, mancanze verso di noi, gli altri membri della comunità. Di fronte a questo il comportamento richiesto è prima di tutto di “andare”, di riempire lo spazio che questa frattura ha generato.
- Pubblicità -
Di seguito il secondo passo è quello di provare a convincere l’altro, con prove solide e coerenti, del fatto che ha sbagliato. In un mondo ideale finirebbe qui.
Il fratello ascolta – potremmo tradurre “… bada, dà retta” – e siamo di nuovo fratelli. Nel mondo reale può essere che questo non accada.
Si prevedono altri due tentativi: andare di nuovo, rifare una seconda volta quel percorso con una o due – poi sembra anche tre – persone la cui bocca possa testimoniare, rendere stabile ogni parola.
Può succedere che ancora ci sia un rifiuto di ascoltare. A questo punto bisogna parlarne alla comunità/assemblea/chiesa che interverrà.
Ancora, è possibile che ci sia un rifiuto ed allora il fratello da tale diverrà un pagano e un pubblicano. Non significa che lo prendiamo a calci, ma da fratello chiamato a testimoniare con me il Tuo volto diventa una persona da evangelizzare.
Tutto semplice se non fosse che… non funziona. O, meglio, noi non lo facciamo. Non ci pensiamo neppure.
Questo Tu lo sai, lo immagini. Infatti abbiamo una seconda parte del brano che apparentemente non c’entra ma invece sì.
Quello che nel capitolo 16 hai detto a Pietro ora lo ripeti alla comunità: ciò che scioglierà, ciò che legherà sulla terra sarà così anche in cielo.
Non è facoltativo fare chiarezza, perdonare, capirsi. Ogni pace non fatta così rimarrà, una frattura che Tu non potrai magicamente sanare.
C’è poi un ultima riflessione/rivelazione: Tu sei presente nella storia ogni volta che due o tre di noi sono riuniti nel Tuo nome. E se Ti chiederemo qualcosa Tu ce la donerai.
Di fronte a questo il fatto che ci siano fratelli – è questa la parola centrale del brano – che, pur avendo sbagliato, riconoscono il loro errore e tornano ad essere tali, è una cosa necessaria e sostanziale.
Dal fatto che ricostruiamo dopo le fratture dipende la Tua presenza, da questo deriva l’efficacia della nostra preghiera.
don Claudio Bolognesi
