Chi sono i sapienti e i dotti da una parte, i piccoli dall’altra, di cui si parla in questo vangelo?
I sapienti, o “saggi”, nel capitolo .23 di Matteo sembrano quasi un gruppo sociale vero e proprio che sta tra i profeti e gli scribi. Categoria a rischio perché nel Primo Testamento è chiaro che la saggezza ha a che fare con Dio. Significa saper organizzare le cose e decidere sugli eventi come fai Tu. Se da Te ci si allontana diventa un rischio.
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Più facile è definire i dotti: sono coloro che non solo hanno letto tanto, ma sono arrivati a fare sintesi, padroneggiano la conoscenza. Hanno “compreso” ciò che hanno studiato. Anche questa è un’arma a doppio taglio.
“Comprendere” anche in italiano significa che un argomento lo si è afferrato tutto quanto. Non è possibile farlo con le cose di Dio, che sono sempre più grandi e vive, in movimento. Dall’altra parte della barricata stanno i “piccoli”.
In sé la parola utilizzata significa “coloro che non parlano”, quindi i neonati ma anche per esteso quelli che nella loro semplicità non sono in grado di insegnare, di parlare nelle assemblee. Sono comunque tutte categorie molto sfumate.
Tempo fa ascoltavo un caro amico, per tanti anni missionario tra i poveri dell’America Latina, predicare contro coloro che studiavano, sulla scia del fondatore del gruppo a cui apparteneva. In realtà la cosa mi faceva un po’ ridere perché nella sua missione la prima cosa che aveva fatto era stata aprire una scuola.
Lui stesso, figlio di contadini, spedito dal padre alla scuola agraria professionale, mi raccontava che avrebbe preferito frequentare il liceo classico. Però è vero, c’è un livello di conoscenza che tende a far diventare superbi.
Non è proprio solo di chi ha studiato molto, lo vediamo bene in tutti quegli esperti da “bar sport” che oggi diventano “laureati di google”. In una riunione di genitori a scuola mi capitò di sentire un babbo lanciarsi in un: “io sono laureato in economia ma credo di saperne di più sui bambini della vostra pedagogista”.
Effettivamente mi capita di avere pensieri poco caritatevoli anche verso quei grossi studiosi che quando parlano o scrivono sembra che godano a farci sentire stupidi.
Ci sono poi tante persone umilissime che sono consapevoli della loro preparazione limitata così come dei propri mezzi intellettuali non raffinati. Con loro ci sono tante persone raffinatissime e profondamente colte che sono contemporaneamente molto umili.
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Cosa fa la differenza? Credo che alla fine sia verso cosa volgiamo lo sguardo.
Il Vangelo di oggi esordisce con una lode al Padre, la confessione della Sua grandezza. Poi a metà ritorna sulla conoscenza reale di Dio. Se questo è il nostro sguardo, rivolto verso l’alto, riconosciamo che è assolutamente più ciò che non conosciamo di ciò che sappiamo. Non possiamo che essere umili.
Se invece il nostro sguardo è puntato verso noi stessi e verso gli altri, se invece di ciò che non sappiamo consideriamo tutto quello che abbiamo – o crediamo di aver – capito, l’arrogante intellettuale e la conseguente perdita di Dio è subito lì, dietro l’angolo.
Il Padre rivela ai piccoli “queste cose”. Ma cosa? Il brano di questa domenica è un po’ un isolotto che si distacca da quanto precede e quanto segue. Le “cose” quindi sono tutto l’insegnamento di Gesù.
Ma il riferimento che precede queste righe è la capacità di riconoscere i prodigi che Tu hai fatto nella Tua terra – e ancora fai tra noi – e forse sono queste il banco di prova per la nostra piccolezza.
Il Vangelo termina con l’invito – anche se ci sembra che sia più un comandamento – di venire a Te, rivolto a chi ha lavorato duramente per l’annuncio del Tuo Regno. Segue l’immagine del Tuo giogo, presentato come strumento di ristoro. Lo può essere solo in quanto è il Tuo.
Il giogo si tira in due, da solo un bue gira in tondo e non ara. Ne consegue che Tu sei già lì che il giogo lo tiri, che ci salvi ma se non veniamo a collaborare anche noi, da stanchi e oppressi, non ci sarà ristoro.
Non basta: la forma del giogo ricorda molto da vicino quella della Croce e lì Tu ci sei già salito. Tirare l’aratro con Te, per noi è una vacanza. Se decidiamo di farlo, di questo godremo soprattutto i frutti.si ferma al gesto di bene in sé, che pure è una cosa stupenda. Scegliere i propri maestri, compiere atti di generosità può riportare a quel trovare, impadronirsi della propria vita di cui parlavi prima. Qui si tratta di riconoscere nei profeti, nei giusti e nei piccoli un dono del Tuo amore.
don Claudio Bolognesi
