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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 16 Marzo 2025

I Vangeli sono concordi: Ti trasfiguri una settimana dopo aver annunciato per la prima volta che donerai la Tua vita nella Passione, nella Croce e con la Resurrezione. 

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Dopo di ché indichi anche a noi la croce, cioè il dono della vita, come via per seguirti. Luca non riporta il “vieni dietro di me Satana” rivolto a Pietro e salta a “circa” otto giorni dopo. 

Racconta che sali sopra “il” monte. Non si dice quale, la tradizione lo identifica con il Tabor. In realtà “il” monte – indicato con l’articolo determinativo – in Luca ritorna più volte, ma solo uno è indicato con il nome ed è “Uliveto”, il Monte degli Ulivi. È il luogo della preghiera e del confronto con la volontà del Padre: la nostra salvezza. 

Con Te ci sono Pietro, Giacomo e Giovanni. Ci chiediamo perché gli altri manchino. Non lo sappiamo, però ne consegue che ciò che capiterà non è necessario sia visto da tutti. Coloro che vogliono relazionarcisi devono accogliere le parole dei discepoli – e il loro silenzio – cioè l’annuncio della chiesa. 

Sali a pregare. Sulla trasfigurazione in sé il nostro racconto è il più scarno tra i sinottici. Non si usa neppure il termine. Si dice che l’aspetto del Tuo volto diventa altro, cambia forma, e che le vesti diventano di un bianco sfolgorante, un colore che in natura non esiste.  

La terza scena invece è più sviluppata: si racconta della presenza di due uomini – che appaiono nella gloria, lo spazio di Dio, non il mondo fisico – e parlano con Te del Tuo “esodo” che deve compiersi in Gerusalemme. Colpisce la sottolineatura: sono “uomini” e con Te parlano di ciò che si compirà in Gerusalemme. L’Esodo originale è quello dall’Egitto è il momento in cui nasce il Popolo ebraico, che fino ad allora non esisteva: la fede era patrimonio della famiglia dei figli di Abramo. Quindi quello che succederà da lì a poco vedrà la nascita di un popolo nuovo, e per questo il legame con Gerusalemme in Luca è fondamentale. 

La scena successiva è propria di questo Vangelo. Si racconta che i discepoli sono appesantiti dal sonno ma che ora si svegliano e “vedono la gloria” Tua e i due uomini e con Te. Si ripete che sono “uomini” e in un mondo come quello ebraico in cui si parla frequentemente di “angeli”, o come quello greco in cui gli dei scendono di continuo tra gli uomini è una scelta precisa. 

Il riferimento al sonno rimanda dritto dritto ai Getsemani. È la situazione normale di tutti noi, ciò che è meraviglioso è che qui c’è un pieno risveglio. 

Segue la scena del dialogo tra Pietro e Te, con il riferimento alle tre capanne, o tende. Il pensiero va alla festa del raccolto, delle Capanne, che rimanda alle tende in cui il Popolo aveva abitato durante l’Esodo. Pietro vorrebbe ripartire da lì. Il Vangelo però qui è spietato: Pietro non sa di cosa parla. 

La penultima scena racconta di una nuvola che scende e in cui i discepoli devono entrare. Dall’Esodo all’Annunciazione è il segno della presenza di Dio. Nella nube di Dio si entra con timore, sapendo che siamo in un territorio che non ci appartiene, le regole non le dettiamo noi. Nella nube – si ripete il termine tre volte – si ascolta la voce di Dio, ci si confronta con la necessità di accogliere/ubbidire a Te. La nube non si dice che scompaia, la voce invece è un evento e come tale cessa. 

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Rimani Tu solo. Parte un silenzio da parte dei discepoli che accompagna la discesa dal monte. 

Capiamo che – sì – la Trasfigurazione ci prepara allo scandalo della croce. Ma Luca lo fa sottolineando che c’è un popolo da costituire. Fondato non più su uomini come Elia o Mosè, o sulle antiche feste, le usanze religiose. Che richiede che ci svegliamo, che entriamo alla presenza del Padre ascoltandoti.

don Claudio Bolognesi