Prima di guarirci, Gesù ci rivela che siamo pecore perdute del suo gregge illuminando come, con la nostra libertà, abbiamo scolorito in noi l’immagine di Dio; il suo silenzio ci spinge a rientrare in noi stessi, nella verità che apre all’umiltà e alla compunzione; rende contrito il cuore per aiutarci a credere che Lui è “capace di trasformare un cagnolino in una pecora di Israele” (San Beda).
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A Gesù non interessa somministrarci un antidolorifico, Lui ci rivuole come fratelli, per farci vivere come figli di suo Padre. Per questo, i suoi silenzi che sembrano non esaudire le nostre preghiere, sono il segno del suo amore infinito; proprio quando non parla, ci ama più intensamente perché illumina la verità della nostra superbia che esige, pone condizioni e non si abbandona, difende spazi per il propio ego, i criteri e i progetti, e non consegna al Padre la vita come un foglio bianco.
Il suo silenzio ci fa scendere sino agli estremi, come la figlia della donna pagana, per giungere a prostrarci davanti a Lui nudi e senza difese, consapevoli di non avere alcun diritto, per gustare pienamente la gratuità della sua misericordia. Nulla ci può rendere indegni del suo amore. Nulla tranne la superficialità della superbia.
Accogliamo la Verità, per accogliere, nella Chiesa, la fede adulta che si nutre del pane di vita. La fede che ci ottiene quello che desideriamo, perché il nostro desiderio sarà, in tutto, quello di essere e vivere come pecore del suo gregge.
Allora, all’istante saremo guariti nell’intimo e, di nuovo sposati a Lui nell’amore e nella fedeltà, potremo amare e dare frutti di vita eterna per il mondo.
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