LA CROCE TAGLIA TUTTO QUELLO CHE CI FA INCIAMPARE NEL CAMMINO DI FEDE VERSO IL CIELO
Gesù è in cammino verso Gerusalemme, il suo destino, e sullo sfondo si distinguono i tratti della Croce, disegnati sin dalle sue prime parole: il bicchiere d’acqua per i discepoli assetati, la sete di coloro che sono di Cristo, la sete di Cristo crocifisso. Con essa si compie la passione del Signore.
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La sete di Gesù è un desiderio d’amore, di salvezza per ogni uomo: “Il grido di Gesù sulla croce, ‘Ho sete’ (Gv 19, 28), che esprime la profondità del desiderio di Dio dell’uomo, è penetrato nell’anima di Madre Teresa e ha trovato terreno fertile nel suo cuore. Placare la sete di amore e di anime di Gesù in unione con Maria, Madre di Gesù, era divenuto il solo scopo dell’esistenza di Madre Teresa, e la forza interiore che le faceva superare sé stessa e ‘andare di fretta’ da una parte all’altra del mondo al fine di adoperarsi per la salvezza e la santificazione dei più poveri tra i poveri” (S. Giovanni Paolo II).
Gesù parla a ciascuno di noi, a noi che siamo di Cristo, riscattati, comprati al caro prezzo della sua vita per la missione più grande: avvicinare ogni uomo al Regno di Dio, dischiudendo per essi la porta della Croce, sulla quale ogni apostolo vive con Cristo. Coloro che non conoscono Gesù hanno il diritto di incontrarlo nei suoi fratelli.
Basta un bicchiere d’acqua donato ai discepoli nel Nome di Cristo, perché sono suoi, per non perdere la ricompensa, ovvero il Cielo, Gesù stesso che si fa ricompensa per noi e per le persone guadagnate a Lui attraverso la nostra sete, immagine della vita crocifissa con Lui. Non a caso San Paolo definisce gli apostoli come la spazzatura del mondo, messi all’ultimo posto come spettacolo per il mondo.
La Croce, con le sofferenze, le persecuzioni e gli affanni tipici dell’apostolo, è il sale con cui deporre la salvezza nel mondo. Per questo le parole di Gesù sono molto più che semplici ammonimenti. Esse ci illuminano su ciò che identifica i suoi più intimi: l’essere crocifissi con Lui. Ma ci mettono anche in guardia sui pericoli concreti per chi è di Gesù: lo scandalo e la perdita del sapore, due aspetti di un’unica possibilità, rinnegare Cristo.
I piccoli che hanno iniziato a credere perché hanno visto in un cristiano Colui che lo ha inviato sono ancora deboli nella fede. Possono subire scandali dai grandi che, per superbia, non sono più di Cristo ma dell’avversario. Da te e da me…
Ma Gesù conosce il nostro cuore e ci mostra la via per combattere gli scandali: permanere nel suo amore, legati alla Croce, come Isacco sul Moria, lottando per dare morte alle membra che ancora appartengono alla terra: mani, piedi, occhi, ovvero demonio, carne, mondo.
La cupidigia, soprattutto, è idolatria, liturgia offerta agli idoli, desideri mimetici con l’idolo di turno: sesso, potere, denaro e molti altri. Crocifiggere le membra asservite alla cupidigia è essenziale, perché essa rappresenta il contrario dell’agape, l’amore puro. Questo è il combattimento spirituale di ogni giorno, la lotta indispensabile per ogni missione.
Il cammino di Giacobbe al guado del Jabbok rappresenta questo scontro interiore: una notte di lotta, come le nostre notti che attraversano misteriosamente ogni nostro giorno. Tentazioni, angoscia, ma anche un grembo che gesta il giorno. Senza notte, senza combattimento, non si entra nel Regno di Dio, come fu per S. Giovanni della Croce e molti altri santi.
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Come Israele, anche il discepolo è un eletto, contrassegnato per una missione. Sarà quindi schiacciato, ferito. Giacobbe ne esce zoppo, ma entra nella terra promessa. Meglio zoppo che con due piedi, meglio appoggiarsi a Dio e assolvere alla propria missione, che perdere la propria vita. Zoppo, cieco, monco, ma forte con Dio: ecco il mistero della debolezza del discepolo.
Tutti saranno salati con il fuoco. C’è un fuoco che rimanda allo Spirito Santo e un fuoco che rappresenta l’amore e la gelosia divina. Ogni discepolo attraverserà queste fiamme che divorano ogni scoria, ogni scandalo. La Croce è lo strumento incandescente che Dio ci dona per condurci a Gerusalemme, per non essere gettati fuori di essa come rifiuti nella Geenna.
Il fuoco dell’amore di Dio è l’unico che ci preserva dal fuoco eterno della sua assenza. Come ogni sacrificio dell’antica alleanza, il discepolo deve essere salato con la Croce, la porta stretta che si apre su Gerusalemme. Entrare nel Regno e fuggire l’inferno è possibile solo accettando la Croce.
Gerusalemme è la nostra vocazione, la nostra Patria, il nostro destino. Alla sua dimenticanza è preferibile perdere la mano destra, come direbbe Gesù. Il sale è la Croce, attraverso la quale il Nome di Dio è santificato nei discepoli e nella Chiesa. Nel Nome dolcissimo di Gesù, anche un semplice bicchiere d’acqua può aprire il Cielo.
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