Hai mai pregato così: Signore, che sarà di me? Che cosa daresti perché questo desiderio si compisse, questa attesa finisse e arrivasse finalmente la risposta di cui hai tanto bisogno?
Intanto, però, stai già dando troppo di te stesso: energie, tempo, cuore, mente. Oggi lo chiamano overthinking: pensare troppo, rimuginare, restare intrappolati in pensieri che girano su se stessi senza aprire alcuna via d’uscita. La mente lavora senza sosta, ma non porta frutto. Ti blocca e ti sprofonda nell’ansia, nella paura e nella tristezza.
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Il cardinale Tommaso de Vio, detto il Gaetano, commentando san Tommaso d’Aquino, lo ha espresso con una frase potentissima: “Voluntas ex se sola flectit iudicium quo vult”, cioè “la volontà, da sola, piega il giudizio dove vuole”. Così, quando qualcosa diventa assoluto per noi, non guardiamo più la realtà con libertà, ma attraverso il filtro della paura, del bisogno, dell’attaccamento. Quando un desiderio diventa il centro di tutto, cominciamo a pensare per non fallire, per essere amati, per ottenere qualcosa che dia senso alla nostra vita.
Ed è proprio lì che si insinua il demonio: precisamente in quel tempo in cui Dio sembra tacere. Ci sussurra che Dio non si interessa a noi, che non ci ama perché non risponde, non spiega, non concede ciò che chiediamo. Allora vogliamo tutto subito. Ci prende una neurosi terribile: una soluzione, la pace in casa, una ferita guarita, un figlio che cambi, un lavoro, una guarigione, una persona con cui condividere la vita, un figlio. Vogliamo seguire Cristo, sì, ma senza restare sospesi tra la promessa e il compimento.
Ma coraggio, perché Pietro e Giovanni ci mostrano proprio questa tensione e ci aiutano. Pietro è seguire il Signore sulla via della Croce, quella che non avremmo scelto, dove però l’amore diventa martirio e dono di noi stessi, dando sostanza alla nostra vita e alla nostra storia quotidiana. Giovanni è l’attesa ardente e piena di speranza della Chiesa, il suo Maranathà, che desidera il ritorno di Cristo perché porti a compimento la sua opera; un’opera che però sta già iniziando proprio lì, sulla croce che stai vivendo.
Ma noi confondiamo i tempi. Vorremmo essere Giovanni senza essere Pietro; vorremmo già il Cielo senza la terra, ma restando sulla terra, magari su un sofà, riposando, senza combattere, schivando come in uno slalom la storia quando si fa difficile e si presenta la croce. E invece no.
Il tempo di Dio non è il nostro. Lui sa. Lui sa che cosa è buono per te e che cosa è buono per chi ti è accanto.
In Cristo, ogni istante della nostra vita può essere colmato d’amore. E questa è la notizia, perché Pietro e Giovanni vivevano per Cristo, in Cristo e con Cristo. Cristo non riempie l’attesa togliendola immediatamente, schioccando le dita e facendo quello che noi vorremmo. No, Cristo riempie l’attesa donandosi a noi, perché viviamo nell’intimità con Lui.
Per questo Giovanni resta come segno della Chiesa che attende, ma non attende vuota: attende piena di speranza, gridando Maranathà, sostenuta dalla certezza che lo Sposo viene e che già ora il suo amore la visita e la colma. Così il tempo dell’attesa smette di essere tempo perduto, sciupato, e diventa, anche se non ancora nella pienezza, un inizio molto sostanzioso del compimento.
Dio sta già rispondendo quando, attraverso lo Spirito Santo, riversa il suo amore nei nostri cuori e quando questo amore diventa pazienza, dono di noi stessi, tenerezza concreta verso chi ci è accanto. Lo Spirito Santo ci fa perdere la vita senza difenderla. Allora i pensieri oscuri cominciano a perdere forza, perché non giriamo più soltanto attorno a noi stessi, a ciò che ci manca, al modo di riempirci, a ciò che non arriva e a ciò che temiamo di perdere.
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L’amore di Dio apre spazio a pensieri nuovi: pensare bene di Dio, pensare bene della nostra storia, pensare bene della nostra vita, di noi stessi, esattamente come pensa Dio. E donandoci, quasi senza accorgercene, ci dimentichiamo di noi stessi. La mente si purifica e si libera, l’attesa si colma, la Croce smette di essere un vuoto assurdo e diventa un’occasione preziosa per amare come siamo amati, in una profonda intimità con Cristo sulla Croce.
Sono stato crocifisso con Cristo, non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Allora coraggio, perché poi, nei suoi tempi e nei suoi modi, che noi non conosciamo ma che sono sempre per il nostro bene, Dio ci mostrerà anche le risposte che attendiamo. Forse qualcuna non arriverà qui, forse comprenderemo qualcosa solo in Cielo, forse nemmeno lì, tanto saremo sazi del suo amore.
Ma se lo Spirito Santo oggi ci colma dell’amore di Dio, allora non ci manca più nulla. Per questo avviciniamoci alla Pentecoste chiedendo, implorando lo Spirito Santo, la cosa buona per eccellenza che Dio vuole darci e che Gesù Cristo ci ha detto di chiedere insistentemente nel suo nome. Chiediamo che lo Spirito Santo faccia di noi agnelli nell’Agnello, perché possiamo offrirci sulla Croce, compiendo la nostra vita nell’amore: pazienti nella sofferenza, liberi nei pensieri e colmi di quella speranza che non delude, dice san Paolo, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo. la salvezza.
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