- Pubblicità -

don Andrea Vena – Commento al Vangelo di domenica 2 Marzo 2025

Celebriamo oggi l’ultima domenica del Tempo Ordinario prima di introdurci nel “tempo forte” della Quaresima, che avrà inizio mercoledì 5 marzo con il rito dell’imposizione delle Ceneri. Il testo del Vangelo riprende lì dove lo abbiamo lasciato domenica scorsa, quando Gesù ha invitato ad amare i nemici.

Il commento continua dopo il video.

https://youtu.be/K3N3uENrZnU

Dopo il brano delle Beatitudini (due domeniche fa) e dell’amore dei nemici (domenica scorsa), oggi Gesù ci mette in guardia dal ritenere che la sua Parola sia sempre rivolta agli altri e mai proprio a noi stessi. E se vuoi capire la coerenza-solidità di una persona, falla parlare: è un ottimo “banco di prova”, ricorda il Siracide nella prima lettura: “Quando un uomo discute, ne appaiono i difetti… Non lodare nessuno prima che abbia parlato…”.

Quindi, piuttosto che parlarsi addosso o esercitare la professione di “maestrini” sempre pronti a puntare il dito verso gli altri, forse è meglio “rendere grazie al Signore e cantare al suo nome”, come ci fa cantare il salmo.

Perché, ricorda Gesù nel Vangelo: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?”. Ciechi che conducono altri ciechi: era un detto già conosciuto nella cultura greca, ma usato raramente. Chiunque desidera condurre gli altri deve assicurarsi di sapere dove va e come arrivarci.

Ancora: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Attraverso l’esempio della pagliuzza e della trave, Gesù invita a interrogare se stessi prima di giudicare e correggere gli altri. Troppo facile puntare il dito verso gli altri perdendosi “in pagliuzze”, quando prima ci sarebbe da togliere la “trave” dal proprio occhio!

In fondo, basterebbe poco per capirlo: se è vero che con il gesto del pugno puoi puntare un dito contro qualcuno, ricorda che le altre dita sono rivolte verso di te (da un detto tibetano).

“Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo”. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

In queste immagini contrastanti – buono-cattivo, fichi-spini, uva-rovo – sono custoditi alcuni dettagli. Fichi e Uva rappresentano i frutti con i quali l’Antico Testamento indicava il segno della Terra Promessa (cfr Nm 13,18-23). Spini e rovi, invece, sono il simbolo della conseguenza del peccato (cfr Gn 3,18).

Dal cuore nascono i propositi malvagi, ricorda Gesù: ecco perché il Vangelo invita a ritornare in se stessi per verificarsi, prima di puntare il dito sugli altri (cfr Mc 7,21). Un modo per dire che, dato che le parole (e la vita) di un uomo sgorgano dal cuore, questo è bene custodirlo ed educarlo perché produca frutti buoni e abbondanti.

Riprendendo le immagini proposte da Gesù – uva, fichi, rovi, spini – forse possiamo domandarci: chi mi accosta cosa raccoglie dalla relazione con me? Rovi e spini, quindi conseguenze del mio peccato capaci solo di deludere, ferire, allontanare, offendere…? Oppure uva e fichi, ossia relazione di amore, rispetto, comprensione, misericordia, verità?

- Pubblicità -

Ma uva, fichi, rovi, spini non sono solo “frutti” dovuti alle azioni quotidiane, ma prima ancora alle nostre parole: l’uomo giusto si misura dal suo parlare, diceva il Siracide (cfr Pr 10,6ss).

Domandiamoci allora se il nostro parlare, discorrere con gli altri, anche attraverso i social, è un parlare sapiente o insipiente. Domandiamoci se nel nostro discorrere – anche sui social – ci perdiamo in pettegolezzi inutili o se invece ci edifichiamo a vicenda con verità e carità, nelle opere buone, nelle cose che riguardano Dio… oppure… (cfr Eb 5,1; Eb 10,24).

Sempre attuale, a proposito, la massima su san Domenico il quale “parlava di Dio o con Dio”. E io?

Per far sì che la mia vita sia un sano terreno dove far crescere frutti buoni – pur consapevole della zizzania che il nemico puntualmente semina nelle pieghe del mio cuore e dei miei pensieri (cfr Mt 13,24-30) – devo imparare a custodire il terreno della vita nella preghiera, nell’adorazione di Colui che è il Solo Maestro, Gesù.

Devo imparare ad alimentarlo accostandomi ai sacramenti, a nutrirlo di vere amicizie e di sani discorsi… sapendo anche “potare” lì dove intuisco che rischio di deviare dalla retta via.

All’inizio l’operazione potrà essere anche faticosa e dolorosa, ma è necessaria quando si vuole recuperare quella libertà interiore che solo una vita di verità può donare: “la verità rende liberi”, perché non c’è libertà senza verità, e non c’è verità senza libertà.

Così, in queste domeniche, il Signore Gesù, attraverso la cattedra della liturgia, ha delineato il profilo del discepolo, evidenziandone i tratti da acquisire e mettendo in guardia da quel nemico che, come leone ruggente, è sempre in agguato per cercare chi divorare (cfr 1Pt 5,8).

Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.