Perché se i giudei, stando in piedi, tenendo i calzari e i bastoni in mano, mangiavano in fretta, conviene assai di più che tu stia in guardia.
Se essi, infatti, dovevano recarsi in Palestina, e per questo prendevano la forma di viandanti, tu invece devi trasferirti in cielo. (San Giovanni Crisostomo)
Il brano di Vangelo di questa domenica salpa dalla Pasqua dei giudei per approdare alla Pasqua di Gesù. Ha ragione Giovanni Crisostomo, bisogna stare in guardia, non è solo questione di essere viandanti verso la Palestina o in qualsiasi altro nostro luogo sacro, bisogna stare in guardia, noi dobbiamo, perché è un dovere rispetto alla nostra vocazione profonda, trasferirci in cielo.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe
Bisogna stare in guardia, non è più tempo di vendere e comprare, è tempo di slegare i buoi per caricarsi del giogo leggero di Cristo, è tempo che le pecore facciano gregge e insieme vengano ricondotte al pastore celeste, e noi con loro, che le colombe non versino più sangue ma restino solo un simbolo dello Spirito che dal cielo tutto rinnova e chiama a pienezza.
Dobbiamo trasferirci in cielo, sleghiamo presto ogni tipo di potere che ci zavorra, la paura che ci incaglia tra le banalità, lasciamo che Cristo invada il tempio che siamo noi, che conquisti le nostre carni, che accarezzi le nostre piccolezze, che ci aiuti a vedere le nostre meschinità, che ci apra gli occhi sulla tentazione che sempre ci abita di poter comprare, e quindi meritare, la salvezza di Dio. Invece la salvezza si può solo accogliere. Che entri perentorio Cristo nelle nostre carni a far esplodere il bisogno di cielo che ci appartiene, senza escatologia il cristianesimo è moralismo stanco.
e, là seduti, i cambiamonete.
Nell’angolo del nostro cuore, seduti, impassibili, i cambiamonete, a illudersi di render puro l’impuro limitandosi a cambiare la valuta del mondo con quella divina, traducendo il parlare del secolo in lessico clericale, ma non è conversione cambiare la pelle al vizio.
I cambiavalute lavorano senza sosta, ribattezzando il potere in carità e barattando il bisogno di autoaffermazione per sacrificio, cercando di illuderci che quello che il mondo chiama carriera noi lo possiamo purificare definendolo servizio, giurando che il denaro usato per il bene non corrompe…e così facendo, cambiando la valuta, ci inganniamo nell’intimo e tutto svalutiamo e perdiamo la verità.
Salvarsi dalla tentazione che basti rinominare le cose per renderle sacre. Saper interrogare in profondità il nostro cuore perché non si smarrisca in un gioco blasfemo di specchi.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi
“Tu invece devi trasferirti in cielo”, così l’amore violento del Cristo irrompe in noi, tempio sfigurato dal peccato, a liberare, a scacciare fuori dal tempio, a ridare campo aperto ai buoi e greggi e pascoli alle pecore. Certo, probabilmente solo per la durata di qualche minuto, Gesù lo sapeva bene. La scena è terribile. Per un attimo lui, solo, nel tempio, ma per un attimo solo, perché poi tutto sarebbe ritornato come prima e lo “scacciato fuori” sarebbe diventato lui.
Il prezzo della libertà è la solitudine, e l’esclusione da qualsiasi tempio prestigioso. Il prezzo della libertà è solo: rimanere.
Stare nella solitudine, guardando gli animali liberi sapendo che adesso il venduto sarai tu, Cristo, come una colomba, come un agnello, il sacrificato.
Il prezzo della libertà è la paura. E se non è chiaro il destino di cielo che abita l’uomo, il prezzo della libertà diventa una sciagura. Senza eternità meglio trovare un tempio sicuro, e fortificarlo, e resistere il più possibile, fino alla morte. Ognuno ha il suo tempio, la chiesa istituzione, la parrocchia, la legge, la famiglia, il lavoro…ognuno è il suo tempio, senza fede nel Cielo perché lasciare entrare il Cristo? Impossibile trovare il coraggio di perdere tutto se non siamo sedotti dall’Eterno.
…gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Se i cambiavalute falsificano le apparenze Cristo, invece, ribattezza radicalmente il tempio. Prima è quello di pietra, quello costruito in quarantasei anni, lo stesso tempio diventa la “casa del Padre” a dire che persino una pietra può diventare simbolo dell’Onnipotente ma solo in una relazione filiale, solo riconoscendolo Padre. E poi, ancora, il tempio diventa santuario, luogo santo, luogo predisposto all’incontro, perché senza incontro comunitario e personale tutto diventa vana, infine “mio corpo”, carne che diventa ostensorio, segno visibile dell’Invisibile. Cristo non è un cambiavalute, lui libera la verità dalle cose, riesce a scacciare le apparenze, permette al visibile di sprigionare la luce divina.
Dopo la distruzione del tempio dove fare esperienza di Dio? Nella legge? Nelle parrocchie? Nella morale? Oppure…“questo è il mio corpo…fate questo in memoria di me”
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Una tomba vuota, l’Escluso è coerente, nemmeno la morte può contenerlo. Partorito al Cielo. Aveva ragione Giovanni Crisostomo: “tu invece devi trasferirti in cielo”.
Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehò – pagina Facebook
