don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 26 Marzo 2023

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Sorella Eterna morte

Per ogni Lazzaro malato, per ogni uomo finalmente debole, per chi come relitto si lascia portare dalla corrente fino ad arenarsi tra le secche di un sepolcro, per chi non ce la fa finalmente più, per chi non ha la forza di camminare, per chi sente il polso tenue della vita malata. Per chi muore senza dire una parola.

Per Maria e per il profumo del suo gesto d’amore, per chi viene ricordato per aver amato, almeno una volta, con la follia e la totalità dei sognatori. Per chi ha seguito il cuore, lasciando che fosse lui a decidere modi e tempi. Per chi verrà ricordato per uno spreco d’amore.

Per Marta che davanti alla vita che muore chiama, invoca, prega, spreme la speranza, scomoda il divino. Per chi non si rassegna, per chi vuole capire, per chi sa ancora chiedere aiuto. Per chi crede così ferocemente da urlare amore in tono di provocazione.

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Per Cristo, che non mente, per colui che chiama la malattia con il suo nome di vita mancante, per il coraggio di riconoscere l’amara debolezza del finire, per i suoi occhi che dilatano il lampo di luce scheggiato nella falce della morte. Per la sua fede, per la cocciutaggine di giurare Dio nei sepolcri.

Per i discepoli che ancora credono che la vita sia una sfida da vincere, per il loro insensato giurare, per l’infantile innamoramento di chi non ha ancora conosciuto il crogiolo del tradimento, per chi ancora non è in grado di morire, per chi promette credendo di mantenere, per chi non è ancora morto eppure osa parlare. Per chi non capisce. Per chi non ci riesce, per chi mai capirà, per chi crede di aver capito. Per chi crede di credere ma non è ancora morto nemmeno una volta.

Per chi celebra la morte degli altri muovendosi da una qualche Gerusalemme per celebrare il fatto di credersi ancora vivo senza essere neppure ancora nato

Per chi, come Maria sigilla ogni fessura e impone cimiteriali clausure alla casa, per chi dal pertugio della propria cella sfida il Divino e lo accusa dell’insensata portata del dolore. Per chi stringe a cappio il reale rendendolo loculo, “colombaia” di voli spezzati.

Per il mistico credere di chi vivendo succhia l’eternità dalle vene della vita, per chi crede che ogni cosa è già risorta, adesso, e risorgente, senza tregua, per chi crede di essere già materiale d’eternità.

Per Maria che si alza, nonostante tutto, per chi ara i drammi della storia con una croce che sente ben più pesante del legno del Golgota, per chi illumina le zolle dolorose del vivere umano, per chi sfida la gravità del morire, per chi lancia stelle come fossero semi, per chi traccia traiettorie di speranze impossibili.

Per le lacrime del Figlio dell’Uomo, acqua che non scroscia miracolosa dalla roccia ma che risale, esodo ingoiato dalla fine, a infilarsi tra le crepe fino a toccare le labbra dell’amico morto in un freddo bacio su cadaveri speranze.

Per il cattivo odore, per la putrefazione dei corpi, per la decomposizione dei sogni, per il disfacimento dei muscoli e dei sentimenti, per la vita che torna sempre terra, che non insiste inutilmente, che cede al destino della consegna. Per chi non ha paura di scoperchiare la pietra, per chi regge l’urto, per chi respira, la morte, fino in fondo.   

Per le parole dell’amico, per il sollievo del perdono, per chi ci ha dato coraggio, per le mani che ci hanno accompagnato nei primi passi, per chi si è innamorato di noi, per chi ha avuto pazienza, per chi ci ha guardato da lontano, per chi ha atteso e per chi se ne è andato, per chi ritroveremo, per la voce di chi ci ha amato, per chi ci terrà la mano nel momento del morire, per chi ci ha provocato, per chi ci ha protetto, per chi si è commosso di noi, per chi si è fidato, per tutte le persone che ci hanno liberato, per chi ci ha lasciato andare, per chi ha tolto le bende, per chi non ci ha chiesto niente di quello che abbiamo provato quando siamo stati morti.

Per Lazzaro  e per il suo misterioso ritorno alla vita, per chi ritorna a vivere, per chi ancora ci prova. Per chi si convince finalmente che siamo nati per tornare.

Per chi è stato Lazzaro più volte. Per chi ancora lo sarà. E per chi muore e risorge senza nemmeno accorgersene.

Per l’Eternità che è qui e ora,

per quando sentiamo l’Eterno sussurrare in ogni cosa, anche nella più banale.

Per chi riesce a sentire il sussurro dell’Eterno crepitare nella sinfonia della vita che muore.

Per chi la chiama sorella, legame di sangue, la morte ormai Eterna.

AUTORE: don Alessandro Dehòpagina Facebook

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