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don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 2 Giugno 2024

Domenica 2 Giugno 2024
Commento al brano del Vangelo di: Mc 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli àzzimi, quando si immolava la Pasqua…

Signore aiutami a rendere azzimo il mio vivere. Non è più tempo di far lievitare i miei pensieri in uno spreco d’indecisioni. Non è più tempo di lasciar fermentare la farina dei miei sogni, la vita ha già operato le sue giuste cesure, quasi tutte le strade mi sono finalmente precluse. Che sia da adesso essenziale il mio pensiero, misurato, secco.

Vorrei imparare a vivere come uno che deve partire da un momento all’altro. In attesa di un appello, di una chiamata, di una liberazione. Della morte insomma.

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Azzimi come pani preparati di fretta vorrei diventassero le parole che mi restano da pronunciare, i pochissimi amici da amare, i rari libri da leggere, i pensieri che val la pena di pensare, i sogni da accantonare. Azzimi i discorsi. Anche sulla Chiesa. Anche nella chiesa. Che non ne posso più delle troppe parole, di questo carnevale d’insulti e di scuse. Che basterebbe amare una persona alla volta, sapendo che è unica e che tu ci danzi dentro. Ma continuiamo a sragionare per categorie, senza esporci mai davvero. Senza amarci sul serio. Perdendo l’essenziale.

A me interessi solo tu, sapere che sei qui vivo e adesso, in me e in ogni essere che respira. Non è più tempo per le polemiche, non è più tempo di difendere le istituzioni o di dar loro troppo peso, è tempo di lasciarsi finalmente crocifiggere in te. Con il tuo figlio, corpo di un Dio ripudiato. A me interessa che si possa essere Pasqua in te, e come fare esperienza qui di vita risorta, e sperimentare la misericordia, quella vera. E finalmente fare silenzio.

i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».

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Signore vorrei solo imparare a preparare, vorrei che ci fosse preparazione alla mia deposizione in ogni gesto. Un rito funebre, o di resurrezione, incessante. Vorrei finalmente imparare la lentezza, e la solennità. Vorrei piegare la tovaglia, rifare il letto, celebrare l’eucarestia, camminare nel bosco, scrivere e leggere, infornare il pane… come se tutto fosse una solenne preparazione della mia pasqua. Preparazione come esercizio, deciso a consegnare la vita all’Eternità. Vorrei diventare io stesso pane, e lasciarmi mangiare da te. Vorrei imparare a inchinarmi nel cuore segreto del creato per scivolare lentamente in Te. Per sempre.

Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo.

Signore vorrei imparare a seguire solo portatori di brocche d’acqua, il tempo finalmente si è fatto breve, sono sfinito dalle parole che non dissetano, dalle istituzioni che non battezzano nella Verità, dei discorsi che non portano da nessuna parte. Non voglio più aver tempo per nulla che non sia un itinerario da seguire per franare finalmente in te. Non so quanto tempo mi sia rimasto (ma forse non è questione di quantità) vorrei solo poter passare al setaccio ogni esperienza e trattenere ciò che mi porta in te.

Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”

Siamo incamminati verso casa. Lo sapevo. Ho imparato a conoscere il padrone, non mi fa paura. Conosco la voce, mi ha più volte perdonato. Nella sala al piano superiore ci sono già tante persone che mi hanno preceduto, sono tutte in te, ne sono sicuro, mi mancano. A questo siamo chiamati, in fondo, a raggiungere la stanza dove saremo tutti discepoli e faremo Pasqua con te. Finalmente liberi. E comprenderemo che la morte non era il faraone terribile da cui scappare ma la porta per accedere all’Eterno, morte è il tocco che apre le acque del mare verso la pienezza. Comprenderemo finalmente che vivere aveva senso solo come un lungo esodo, per imparare a conoscerti, per deciderci per l’alleanza.

Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».

…è già tutto pronto. Io non devo aggiungere nulla, togliere nulla. Riconoscere l’esistete, vederti presente dove sguardi distratti ti credono latitante. È tutto già pronto, da sempre. Dovevo solo imparare a ringraziare. O forse devo solo salire le scale di questa casa che al piano superiore custodisce il senso profondo della vita. Devo solo prepararmi, usi spesso questo termine, sembra sia la sola cosa che conta. Come se dovessi ricordarmi, ogni volta che incrocio un volto, quali siano le condizioni per spezzare il pane con lui. O più ancora, mi stai ricordando che sono vivo per prepararmi a dare me stesso da mangiare ai fratelli. Perché all’amore ci si prepara solo amando.

I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».

Le tue parole sono attendibili, tutto accade come tu hai detto. Come se il reale prendesse forma attorno al suono della tua bocca. Non ci resta che mangiare. Io però ti guardo, prendi il pane, e lo fai con decisa delicatezza. Prendere, avere mani che non si rifiutano, avere mani affamate. Forse prepararsi è imparare a prendere la vita così come si presenta, è vivere da affamati, da innamorati, da mancanti. Ma farlo senza pretesa. Senza voracità, che la vita va spezzata, che senza condivisione non c’è verità, che una vita intatta è come seme che non muore e non dà frutto. E benedire. Non c’è più tempo per maledire, davvero è passato il tempo in cui pretendevo contrapposizioni per legittimare il mio posto nel mondo. Chiedo perdono a chi mi ha creduto nemico. Che siano benedicenti anche le mie parole, e anche ogni silenzio e ogni respiro, e ogni gesto regalato al mondo. E così finalmente diventare pane. Nel deserto la tentazione è stata di suscitarlo dalle pietre. Poi ha provato a moltiplicare gesti di condivisione per una folla smarrita. Alla fine sei diventato tu stesso pane. Per l’uomo, con l’uomo, nell’uomo. Per l’uomo era una tentazione, con l’uomo un miracoloso tentativo di fraternità, nell’uomo è il vertice. Ora sei tu stesso il pane di vita. Questo il tuo itinerario. Ci stiamo camminando incontro.

Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

È tutto quello che ho per rimanere vivo, un corpo irrorato dal sangue. Ed è simbolo. Non è più tempo di venerare il presente, il tempo si è fatto breve, donami, ti prego, un corpo nuovo, e un nuovo sangue, voglio imparare a depormi in te. Non è più tempo di attese, è tempo di consegne pasquali definitive.

Il presente, ciò che rimane, sarà un lungo Getsemani, la lotta per imparare la consegna …

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Commento composto da 3 articoli distinti presenti nel sito di don Alessandro:

https://alessandrodeho.com/2024/05/30/corpo-di-cristo-ripudiato-prima-parte/
https://alessandrodeho.com/2024/05/31/corpo-di-cristo-ripudiato-seconda-parte/
https://alessandrodeho.com/2024/06/01/corpo-di-cristo-ripudiato-terza-parte/

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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