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don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 10 Marzo 2024

Commento al brano del Vangelo di: Gv 3,14-21

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.…

Mosè innalza un serpente per liberare i suoi dal veleno. Per salvarsi basta alzare lo sguardo, ma è gesto duro, difficile. Il veleno paralizza.

La serpe esce anche dal mio seno, come reggere di essere complice del male?

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Inchiodato tra cielo e terra il male non è più strisciante. A testa alta, gli occhi affondati nel firmamento, a salvarci sarà credere abitato il Vento.

Anche Gesù sarà innalzato, tra cielo e terra: per liberarci dal veleno di una fede totale e incrollabile nel Niente. O dal veleno di crederci innocenti.

Crocifisso al Cielo, Agnello e Serpente, avvelenato dai nostri morsi, Lui sceglie la via della mansuetudine, rende innocua la giusta vendetta. Cristo si fa peccato per disarmare il peccato.

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Cristo si crocifigge al velo del tempio, squarciandolo.

Basta guardare la croce? Oppure occorre farsi trafiggere dalla vita? Se credere è salire sul legno chi può arrivare a tanto?

Fede è aprire gli occhi sul massacro e farsi inchiodare le pupille al cuore.

Il veleno è credere che la vita non sia eterna. Il veleno è non sentire che siamo già parte dell’Eterno.  

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Veleno è perdersi, smarrirsi. Come se fossimo solo la continuazione della fuga patetica di Adamo, del nascondimento impossibile di Eva. Siamo braccati dal mistero. Negare l’eterno è smettere di respirare.

Ti sei fatto inchiodare all’uomo, forse per resistere alla tentazione di lasciarci perdere.

L’amore o trafigge o non è.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 

Unica vera condanna sarebbe che tu non fossi. Il resto non mi fa paura.

Arpionare la vita con la croce per portare in salvo brandelli d’amore. Uncinare vita e portarla alla luce.

Sentirsi in attesa di essere preso al laccio. Smettere di scappare, smettere di nascondermi. Colpiscimi, finalmente. Trascinami a riva. Siamo nati per farci risorgere.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

Io voglio credere, mi sono condannato a fidarmi di te. Sono in mano tua. Non credo in nulla che non sia tu, mi sono condannato alla speranza, mi sono condannato alla ricerca. Mi sono condannato al tuo nome. Mi sono crocifisso al tuo corpo. Credo che sia una condanna anche amarti.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Come se avessimo paura della luce, come se avessimo paura di venire alla luce, come se avessimo paura di vedere, di riconoscere, di fare esperienza del luminoso.

Forse perché non ci hanno mai guardato per quello che siamo: amabili.

Come se avessimo paura di non essere abbastanza. Così ci nascondiamo tra le tenebre.

Forse abbiamo solo paura di farci amare, perché farsi amare è rischioso, comporta un’esposizione totale, forse abbiamo ragione ad avere paura: alla luce ci si perde.

Siamo come pulviscolo alzato da una tua carezza.

La luce spoglia, espone, rende vulnerabili. La luce sono stimmate infuocate che ci trasformano in te.

 Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio»

La verità è un cammino verso luce. Ma la verità non è una cosa, la verità non è un concetto, tu sei verità.  E via. E vita.

Venire alla luce è camminarti nel cuore.

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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