Nello scorrimento del racconto evangelico questo brano è consolazione a ridosso della passione, nella liturgia pasquale domenicale si rilegge nella gioia del Risorto.
Lungo il capitolo 14 si è svolto nel cuore della Cena pasquale il “primo discorso di addio”. Qui è la sua parte finale e vi si annodano alcuni temi prima dispiegati.
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Il tema fondante, rivelato dalla sua collocazione all’inizio e alla fine del discorso, è il Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore (vv. 1 e 27 del cap 14). È il momento della separazione. Dopo anni d’intimità, i discepoli perdono colui su cui hanno investito un progetto di vita e a cui hanno affidato le loro esistenze.
La loro sequela si vuota di senso. Gesù, con il suo incoraggiamento intende incontrare il turbamento esistenziale di chi si avverte solo, tradito da questo abbandono nel suo profondo bisogno di relazione.
Ma questa sua tenerezza diventa un momento intensamente rivelativo che squarcia il mondo grigio del non senso per lasciare brillare prospettive inedite. È l’ultima occasione per Gesù di svelare il suo mistero, di trasferire ai suoi il senso del suo vivere e del suo morire, del suo andare e del suo tornare.
Perché il dialogo appena intessuto con i discepoli ha rivelato da parte loro una perdurante incomprensione, come hanno registrato le domande in successione di Tommaso, di Filippo, cui ha appena promesso:
“Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (v 21).
Qui è insorto ultimo Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?» (v. 22). È la tentazione ricorrente per Gesù. La contestazione di una sua mite e tacita manifestazione interiore, a favore di una manifestazione spettacolare.
Così la forza della Parola è l’altro tema martellante che scorre per il brano.
E qui ora Gesù la confronta direttamente con l’amore che richiede, solo per offrirne la verifica:
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.
È questa realizzazione della sua parola che richiede loro, come custodia e fattività, come seme di fecondità, come spazio generativo.
Quella che nella prima lettera di Giovanni è così sintetizzata:
“Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo… Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto” (1Gv 2,4-6).
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Gesù è venuto nella carne non per darci norme e morali, ma per insegnarci a modellare la nostra umanità su di lui, sul suo essere Figlio.
Il lungo itinerario semantico del “dimorare” è infatti giunto anch’esso a compimento.
Dalla promessa dell’Alleanza a “stabilirò la mia dimora in mezzo a voi” (Es 25,8), alla domanda: «Rabbì, dove dimori?» (1,38), fino a «Chi mangia la mia carne… dimora in me e io in lui» (6,56) e al «Se dimorate nella mia parola…» (8,31).
Dalla casa dalle molte dimore (14,2), Giovanni ci conduce alla “dimora” del Padre, del Figlio e dello Spirito in noi. Presenza trinitaria nel tempo presente, escatologia anticipata, prospettiva della nostra interiorità abitata da Dio.
È questa la rivoluzione di ogni pratica religiosa. Dio, liberato dalla sacralizzazione del tempio, ritorna alla sua prima promessa: farsi compagno di cammino per i viandanti della terra.
L’umanità tutta diventa santuario.
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro…» (Ap 21,3.22)
Novità offerta dallo Spirito Santo. Gesù lascia un patrimonio di parole incastonate in una relazione autentica e vitale, che continua con l’opera del Soccorritore.
Attraverso di lui si approfondisce nei tempi e negli spazi della storia il ricordo e l’attualizzazione delle parole di Gesù.
Lo Spirito è interprete veritiero che accompagna la comprensione della Parola, illuminandone le tenebre, generando pace e gioia.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Shalom, o irène, questo dono interiore che viene dall’intimità con il Padre. Non una pace come quella del mondo, ma pace che mette in movimento, che crea comunità.
«È feconda, ti porta sempre avanti» (Papa Francesco, Omelia 12 maggio 2022).
Nessun timore: il male e la morte sono attraversati da questo Cristo, cui è gioioso affidarsi.
Ci si pone oggi una domanda: è categoria frequentabile questa realtà?
Quando tutto ci spinge alla superficie, è percorribile ancora la ricerca dell’uomo nascosto del cuore (1Pt 3,4), base di tutte le spiritualità?
Percorso affollato da fantasmi interiori e false immagini di sé. Solo la Parola realizzata può guarire questo panorama. Alla sua scuola, l’Io si ridimensiona.
Esposte alla luce della Parola, le ferite si chiudono, le resistenze si sgretolano.
Si libera lo spazio.
La Parola custodita scava nel cuore fino a trovare quella porta che si apre sul cielo (Isacco il Siro).
In quel profondo, abitato dallo Spirito, il Padre e il Figlio scendono a dimorare.
Raffaela Brignola
Per gentile confessione della Comunità Kairos.
