Risuona ancora nelle nostre orecchie e rallegra il nostro cuore, fin dalla scorsa domenica, l’annuncio di Gesù dalla “Galilea delle genti”: Il Regno dei cieli è vicino, unitamente all’invito a convertirsi, seguito con immediatezza dai primi quattro discepoli.
Il vangelo di oggi (la prima parte del discorso della Montagna) ne continua ed espande lo spirito gioioso nel contesto del mondo malato e tormentato della “Galilea di ogni tempo”, dove Gesù continua ad annunciare la “buona novella del regno” per tutti coloro che vogliano entrarvi: gli innumerevoli uomini “amati dal Signore nei secoli”. Con questo scopo Matteo racconta che Gesù sale su un monte, luogo della rivelazione divina, cornice teologica che richiama alla mente lo scenario in cui Mosé promulgò l’antica Legge. Gesù poi si pone a sedere, come un rabbi, attorniato dai discepoli, ma rivolto alle folle per insegnare universalmente la via del Regno, la via per raggiungere la felicità.
Gesù sa che il vero problema dell’uomo è quello della felicità: essa è possibile ed offerta a tutti, nessuno escluso! Il segreto è nelle NOVE BEATITUDINI, spiazzante per la logica mondana, in quanto contraddice la mentalità corrente e le attese comuni.
Certamente se leggiamo le Beatitudini nell’ottica mondana, senza credere all’esplicita promessa che le completa, esse ci appaiono come una serie di paradossi in cui confinare una fede rinunciataria e un’umanità passiva. Dovremmo innanzitutto cercare di interpretare bene il senso di quel BEATI!
La parola beati vorrebbe rendere il greco makarioi, che a sua volta ha tentato di tradurre l’ebraico ‘ashrè che suona come “invito ad andare avanti, promessa che è certa e precede quanti vivono una determinata situazione, parola che indica uno stile da assumere”( E.Bianchi). E lo stile è quello di
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Gesù! Con la proclamazione delle Beatitudini Gesù inizia a rivelare la sua persona come presenza viva del Regno, come modello di quell’umanità figlia di Dio che è il popolo del Regno. Le varie Beatitudini sono aspetti della sua perfetta umanità che Egli comunica e propone ad ogni folla di poveri e inadeguati esseri umani che potranno essere insultati e perseguitati a causa sua, ma condivideranno in eterno, nei cieli, la confidenza col Padre e la sua gloria.
A questo punto se le folle dei tempi di Gesù (le folle che lo seguivano per essere consolate dalla sua Parola e guarite dalla sua tenerezza) erano sostanzialmente formate da uomini e donne bisognosi di tutto, poveri, sofferenti, gente cui la vita non aveva concesso di emergere ed erano rimasti ai margini, come non vedervi riflesse le folle delle nostre città, delle periferie, delle campagne, gente provata da difficoltà economiche, e non solo, afflitta da malattie fisiche e psichiche, da situazioni di disagio sociale, di emarginazione, o anche semplicemente gente modesta, senza pretese, gente che lotta per la sopravvivenza, gente che porta il peso di responsabilità familiari e sociali, che deve affrontare i problemi quotidiani senza aiuti esterni….? la risposta di Gesù è una: “beati”. E non è una definizione, ma una promessa e un invito a credere e sperare nella felicità desiderata e non ottenibile in termini terreni per la precarietà insita nel tempo terreno. Però godibile anche qui, in terra, se il cuore ti dice che il Padre ti ama e non può venir meno alle promesse che ha messo in bocca al Figlio, al suo Inviato!
L’invito di Gesù ad andare avanti, a credere e sperare dà un senso diverso alle difficoltà, agli ostacoli, al male che incontriamo sotto tante forme nella vita, che si rivelano non come aspetti di una realtà incontrovertibile, ma come occasioni per aggrapparsi alla mano di Dio, per riconoscersi bisognosi della sua paterna compassione.
Le promesse di Gesù sono l’antidoto alla ricerca del benessere ad ogni costo, del successo personale, all’indifferenza verso il prossimo. Ciò comporta il “convertirsi”, cioè cambiare l’ottica del vivere ed è cammino in salita e in contrasto con il “saperci fare” della furbizia mondana.
Povertà in spirito è cacciare dal cuore e dalla mente il desiderio di ricchezza e di potere, riconoscere che beni materiali e privilegi costituiscono un’insidia che impedisce di aderire alla felicità proposta da Gesù. E aggiungo: non siamo forse TUTTI poveri, ovvero bisognosi di un appoggio, vuoi psicofisico, sociale, spirituale, anche se non lo vogliamo ammettere e ci sforziamo STUPIDAMENTE di farcela da soli? Come non accorgersi dell’infondatezza illusoria dell’autosufficienza e non accogliere l’invito ad essere più umani, più solidali, più innamorati e rispettosi della vita, di ogni forma di vita?
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Nella seconda beatitudine l’Afflizione allude alla struggente consapevolezza del nostro essere
limitati, pur non cessando di contrastare malattie e disagi che non sono “voluti” da Dio.
La Mitezza poi è guardare le cose nell’ottica dell’altro, senza giudicarlo né usargli violenza per
condurlo dalla nostra parte.
Avere fame e sete di giustizia significa lottare pacificamente contro le dittature ideologiche, la corruzione, la menzogna sociale.
Usare misericordia è ricordarsi di essere stati perdonati in Cristo, vedere nell’altro uno specchio di
sé e amarlo come se stessi.
Purezza di cuore è trasparenza e amore della verità fino a spogliarsi di ogni cura delle apparenze anche a rischio di apparire stupidi.
Operare la pace è imparare la pazienza di Dio, tentare di interrompere rapporti di offese e ripicche, usare la parola per sanare conflitti tra fratelli.
Rischiare ostilità e persecuzioni fa parte del vivere in una società malata di individualismo e di prepotenza, quindi equivale a non disperare mai, a perseverare nella propria battaglia per ciò che si crede giusto alla luce della Parola di Dio.
Gesù conclude infatti l’esortazione a vivere le beatitudini prevedendo insulti, persecuzioni e menzogne contro chi camminerà sulle sue orme, poiché seguire l’esempio di colui che è stato in assoluto povero, emarginato e sofferente, mite, giusto, misericordioso, puro di cuore e operatore di pace significa andare contro la ingannevole logica mondana, contro le forti tentazioni del male, contro la paura di essere confinati e disprezzati. Significa rinunciare alle glorie effimere, affinché possa compiersi la promessa di una felicità piena nella vicinanza col Padre, nella partecipazione al banchetto nuziale del Figlio, dentro il Regno dello Spirito Santo.
Vanna
Per gentile confessione della Comunità Kairos.
