Commento al Vangelo del 19 ottobre 2014 – Paolo Curtaz

Ventinovesima domenica durante l’anno

Is 45,1-6/ 1Ts 1,1-5/ Mt 22, 15-21

Cesare e Dio

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Cesare o Dio?

Quante volte questa frase di Gesù è stata usata per giustificare le prese di posizione più diverse!

L’hanno usata i governi laici per sostenere la loro autonomia nei confronti dell’ingerenza della Chiesa.

L’ha usata la Chiesa per difendere la legittimità della propria organizzazione in seno allo Stato.

Ma l’hanno usata anche i governi anticlericali per giustificare le proprie discutibile azioni.

E qualche Papa in vena di delirio di onnipotenza per giustificare le proprie rivendicazioni sulle cose terrene, politica compresa.

Come sempre accade, dobbiamo avere il coraggio di prendere la Parola com’è, inserendola nel suo contesto, cercando di capire cosa intendesse il Signore anche se, in questo caso, l’affermazione di Gesù resta enigmatica.

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Inghippo

La prima cosa che Matteo fa notare è il fatto che la domanda viene posta per mettere in difficoltà Gesù: è una vera e propria trappola quella che gli viene tesa. Israele, da quasi un secolo, vive sotto la dominazione romana, a tratti più presente e pressante, in altri momenti, come quello in cui vive Gesù, più discreta. Ma resta il fatto che ogni suddito dell’Impero doveva versare una tassa almeno una volta all’anno e nessuno ama pagare le tasse, figuriamoci se poi finiscono ad un governo considerato invasore ed oppressore!

La cosa curiosa è che sono gli erodiani e i farisei a porre la domanda.

Gli erodiani: collaboratori di Erode Antipa, incapace figlio di Erode il grande, re fantoccio di Roma, strenui difensori della romanità di Israele. E i farisei, i perushim, i puri che consideravano un’umiliazione l’occupazione romana.

Strana coppia!

Ma, come ben sappiamo, quando si ha un nemico comune si mettono da parte dissidi e rancori.

E il nemico ha un volto preciso: il rabbì di Nazareth che si fa beffe dello zelo dei farisei e non si schiera dalla parte degli erodiani.

Un uomo libero; perciò inquietante e pericoloso.

La trappola è tesa con efficacia: se Gesù rifiuta di pagare la tassa si pone contro Roma e gli erodiani presenti, diventando uno dei tanti anarchici idealisti che periodicamente entrano in scena.

Se Gesù accetta di pagare le tasse si mette contro il popolo che freme nel vedersi imporre un balzello dall’odiato occupante.

Un applauso, sono proprio dei gran bastardi.

Stile

E Gesù ne viene fuori con una mossa azzardata, un coup de théatre che ancora dimostra, se ce ne fosse bisogno, di che pasta è fatto il galileo.

Chiede una moneta.

I farisei, ingenuamente, frugano sotto la tunica e gliela porgono.

I puri tengono in tasca una moneta con l’effige di Tiberio Cesare.

Un capitolo prima Matteo ci ha detto che il colloquio si svolge nel tempio, dove era impensabile far entrare una moneta romana che violava il divieto di immagine e che, perciò, era sostituita con una moneta “neutra” ad uso esclusivo del tempio. Begli ipocriti.

Nelle questioni di principio volano alto e fanno i perfettini.

Nel quotidiano, come tutti, cedono a mille compromessi. Ma senza ammetterlo.

Ci sono cascati, ma Gesù non infierisce e gioca con loro.

Se l’immagine è di Tiberio bisogna restituirgli la moneta, non ci sono storie.

E restituire a Dio ciò che è di Dio.

Quindi

Quindi il discepolo è un cittadino esemplare.

Vive con gli altri, condivide i loro progetti e le loro fatiche, paga le tasse (!), segue le leggi degli uomini. Eppure il suo cuore è diverso, altrove, vede le cose ad un altro livello, ad un’altra profondità.

Quindi esistono cose che riguardano Cesare in cui non bisogna tirare in ballo Dio anche se il Cristo, davanti al procuratore romano che lo condanna, gli ricorderà che ogni potere umano deriva da Dio per il servizio del ben comune.

Quindi esiste qualcosa di nostro che appartiene a Dio e che gli va restituito.

Gesù, magnificamente, resta in equilibrio fra la tentazione, ricorrente nella Chiesa, di disinteressarsi del mondo. O di colonizzarlo.

Né l’uno, né l’altro. Siamo chiamati a mantenerci in equilibrio fra la tentazione di fuggire il mondo o di fagocitarlo, restando legati al vangelo, restando cittadini leali.

Ciro

Poi Dio farà il suo percorso.

Come profetizza Isaia ai deportati in Babilonia, vedendo il sorgere, sulla scena politica internazionale, di Ciro di Persia. Come Babilonia irrompe nel conflitto fra Assiri ed Egiziani diventando una grande potenza, così Ciro sbaraglierà i babilonesi, liberando tutti prigionieri e favorendo la ricostruzione dei propri templi.

Isaia fa parlare Dio che usa Ciro come suo strumento.

È impressionante leggere la versione di Ciro che, invece, attribuisce al proprio dio Marduk la vittoria.

Ma al Dio vero queste sottigliezze non infastidiscono.

Provvidenza

Dio agisce nella storia e nelle nostre piccole storie, inaspettatamente.

Paolo, scoraggiato per il fiasco ad Atene e provato dalla difficile comunità di Corinto, riceve notizie da parte di Timoteo e Sila, provenienti dalla Tessalia. Paolo non aveva potuto rafforzare la nascente comunità dovendo fuggire a causa dell’odio di alcuni ebrei. Ora i suoi amici gli dicono di avere trovato, invece, una comunità fiorente e ricca che ha grande stima per l’apostolo che è dovuto fuggire. La lettera scritta nel 51, il primo scritto del Nuovo Testamento, ci restituisce l’umanissima consolazione di Paolo che vede in questi eventi l’azione dello Spirito nella storia.

Che bello!

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