Noi nasciamo, cresciamo, ci muoviamo e un giorno muoriamo. Questo vale per tutte le civiltà e tutta l’umanità. Tutto sembra essere per la morte. La morte appare come la potenza suprema, quella che ha l’ultima parola. La speranza cristiana, la “Buona Novella” riposa su questa certezza: la morte non ha l’ultima parola perché la vita, che è Dio è più forte. Chi è stato amato una volta da Dio è amato per sempre. E’ questo amore che fa vivere. Non voglio rispondere oggi: allora “perché la morte?”
Voglio dire semplicemente che vivere sempre significa per noi resuscitare e che abbiamo nel Cristo la caparra della nostra resurrezione. Questa folle speranza è la vera saggezza perché si appoggia sulla fiducia nell’amore. Fa parte dell’eterno dibattito: “Dio si o no. E’ amore?” La potenza della Resurrezione. Questa potenza di Dio che è all’opera nel Cristo, nella prima lettura, è operante anche nella prima comunità di redenti. Si manifesta con i segni e i prodigi. Potenza di vita che supera le potenze del male. Era senza dubbio necessario che la giovane chiesa ai primi passi facesse l’esperienza della forza di Dio.
- Pubblicità -
Non stupisce che il nostro Vangelo, scritto anche più tardi non faccia menzione di questi segni spettacolari. Al contrario è tutto orientato verso “Beati coloro che credono senza aver veduto”. Questa è ormai la condizione cristiana. E i discepoli non sono più mandati per guarire ma per rimettere i peccati, cioè per annullare nell’uomo la sorgente del male: la mancanza di amore che ci impedisce di rassomigliare a Dio e di partecipare alla sua vita. La fede che non si appoggia che sulla Parola sentita è solo fede perché è confidenza senza limiti, terreno necessario all’amore. La potenza della resurrezione non è inferiore nella remissione dei peccati che nei miracoli; è quella che risplende nella fede: il miracolo che si ha nei credenti e nella Chiesa. Tommaso , l’uomo di poca fede.
Non dimentichiamo che in tutta la Bibbia tentare Dio è uno dei peccati fondamentali. Tentare Dio consiste nel non contentarsi di far credito alla parola ma di esigere dei segni. Così la fede è rimpiazzata da una “Conoscenza” di tipo esperienziale e l’altra, quella che parla è praticamente negata: o si crede in ragione di ciò che ha detto o non si crede affatto. E’ esattamente ciò che fa Tommaso nel nostro vangelo . Egli rinnova il dubbio del primo peccato. Ora Gesù viene e si piega al suo desiderio di vedere con i suoi occhi. Questo vangelo è scritto, da una parte per farci prendere coscienza che la condizione del cristiano è di credere senza vedere, dall’altra parte per dirci che la nostra mancanza di fede, i nostri dubbi, , anche se sono teoricamente catastrofici , non creano necessariamente una separazione da Dio e il nostro esilio dal Regno.
Dio viene in soccorso della nostra debolezza. Essere salvato senza fare un credito assoluto alla Parola è impossibile per l’uomo ma resta possibile a Dio. Soltanto mettere le dita nelle piaghe del Cristo, questo vuol poter dire partecipare, condividere , come ha fatto Lui al dolore che colpisce l’uomo. Ed è là, quando subiamo la sorte comune, questo male che Dio non ha voluto, che noi possiamo poter dire:”Mio Signore e mio Dio”.
Fonte – il sito di mons. Giuseppe Mani
