Commento al Vangelo di domenica 23 settembre 2012 – padre Bruno Secondin

In questa 25.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui i discepoli di Gesù discutono tra loro chi sia il più grande. Il Signore, esortandoli a servire se vogliono essere grandi, pone un bambino in mezzo a loro e, abbracciandolo, dice:

«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del carmelitano, padre Bruno Secondin, docente di Teologia spirituale alla Pontificia Università Gregoriana:

Contrasto forte oggi nel Vangelo, ma anche nelle altre letture. Da una parte il Figlio dell’uomo, simbolo di Gesù e di ogni suo umile discepolo, che passa per tribolazioni e umiliazioni, e dall’altra forti desideri di potere e progetti di prepotenza. Era già toccato a Pietro prendersi una bella lavata di capo per la mentalità che sognava successo e gloria e rifiutava la sofferenza; questa volta sono tutti i Dodici che sono invitati ad uno stile di servizio e a non sgomitare per primeggiare. Che impressione strana: Gesù ripete che per Lui si avvicina la sofferenza e la morte, e i discepoli litigano per garantirsi i primi posti. Essere servo degli altri, l’ultimo di tutti, perdere la propria vita per sostenere quella degli altri? Non riescono proprio ad accettarlo, per quanto Gesù insista. E allora Gesù cambia linguaggio: prende un bambino, lo abbraccia e lo indica come esempio per la sua debolezza, e modello per la sua fiducia serena. Il bambino e il povero, nella loro fragilità, sono incarnazione di quello che Dio si aspetta da noi: anzi sono il volto umano, quotidiano, di Gesù salvatore: accogliere loro è accogliere Lui, imparare da loro e servire loro ci forma veri discepoli.

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