In questo commento biblico esploriamo il Vangelo di Giovanni 4,5-42, l’incontro tra Gesù e la Samaritana al pozzo. Un dialogo profondo su acqua viva, conversione e fede autentica, che supera rivalità religiose e invita alla vera adorazione.
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«Sono io, che parlo con te» (Gv 4,5-42) Il tema dell’acqua e della sete, che abbiamo incontrato nella prima lettura, riappare nel lungo episodio evangelico proclamato nella liturgia di oggi.
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Anche questa pagina esclusivamente giovannea, che racconta l’incontro e il dialogo tra Gesù e una donna samaritana, fa parte dello storico “programma” di percorso catechetico per i catecumeni, ben collaudato sin dalla Chiesa antica.
Non soltanto l’elemento dell’acqua costituisce un più che palese richiamo al battesimo, ma anche – pienamente correlato ad esso – quello della conversione, della fede in Gesù, dell’autentica adorazione del Padre («in spirito e verità», Gv 4, 23.24), dell’annuncio e della testimonianza ai fratelli: tutti tasselli dello stesso mosaico, che dipingono i variegati aspetti della vita battesimale.
Il fatto che il contesto di questo episodio coinvolga la popolazione della Samaria, regione religiosamente autonomista, con una fede nello stesso Dio d’Israele ma in concorrenza con l’accentramento gerosolimitano del culto e con l’interpretazione ufficiale del canone biblico, introduce verso un’apertura universalistica del messaggio di Gesù, e nello specifico accomuna il Quarto Vangelo alla stima lucana per l’attenzione e l’accoglienza dei Samaritani.
Gli ebrei della Samaria, ritenuti in un certo senso “scismatici” dai Giudei, rivendicavano la priorità (o quantomeno la liceità) del culto jahvista sul loro monte Garizim, in perenne competizione con il tempio di Gerusalemme, e la Samaritana pone immediatamente la scottante questione sul tavolo della discussione con Gesù, che ella presume essere un difensore della posizione giudaica.
Gesù invece eleva il piano della conversazione su una comprensione di fede dal sapore mistico, che escluda rivendicazioni locali dal retrogusto provincialista, sulla falsariga di quelle rivalità quasi tribali e quelle presunzioni municipaliste che sempre contaminano le concezioni religiose.
È molto significativo il modo originalissimo e del tutto imprevedibile col quale Gesù introduce la sua spiegazione sulla natura autentica dei veri adoratori, così come il Padre li desidera: la Samaritana viene invitata prima di tutto a chiamare per nome chi ella considera suo marito.
Questo dettaglio non è per nulla secondario, ma riveste una funzione determinante nell’intreccio del racconto, di alto valore simbolico e dalle conseguenze interpretative decisamente affascinanti, riconoscibile a chi ha familiarità con alcune costanti nella teologia biblica: il concetto di “marito” è espresso nell’ebraico biblico con un vocabolo che significa anche “padrone” o “signore”, e che viene utilizzato anche per indicare una divinità alla quale si presta un culto per riceverne protezione, cioè il termine baàl.
I profeti dell’Antico Testamento hanno condotto energiche battaglie per predicare la necessità di custodire nel popolo ebraico l’inderogabile monoteismo assoluto della fede in Jahweh, purificato dalle costanti tentazioni di contaminare in modo sincretistico la loro religiosità, assumendo anche la venerazione dei vari baalìm adorati dai popoli pagani delle nazioni confinanti.
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Gesù mostra di intuire che la Samaritana non è stata immune da un’idolatria assimilabile alla categoria biblica del baalismo, e simbolicamente i suoi idoli vengono descritti come “sposi-padroni”, peraltro sei in tutto (i cinque del suo passato più quello attuale), un numero cioè anch’esso simbolico nello stesso Vangelo giovanneo (si pensi alle sei giare di pietra presenti alle nozze di Cana, di cui si parla appena due capitoli prima): il numero sei, essendo difettivo di un’unità rispetto al numero sette che indica pienezza di perfezione, indica l’insufficienza e l’imperfezione.
L’acqua viva che Gesù offre alla Samaritana le richiede anzitutto il riconoscimento del proprio peccato di idolatria, rappresentato dal suo legame coi baalìm, e la conversione alla pura fede salvifica in Lui, che «è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42).
Ella aveva già una conoscenza dottrinale di base sull’attesa messianica («So che deve venire il Messia», Gv 4,25), ma ora le occorre vivere una relazione personale basata sull’ascolto della Parola stessa di Cristo: «Sono io, che parlo con te» (Gv 4,26).
Così, anche gli altri Samaritani che ascolteranno la testimonianza della donna, crederanno in Lui non appena entreranno in rapporto diretto con la sua Parola (cfr. Gv 4,42).
Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI al periodo di Quaresima/Pasqua 2026, scarica il file PDF completo.
