Commento al Vangelo del 14 Aprile 2019 – Figlie della Chiesa

Questa Domenica di grande solennità, si pone al confine sia del tempo di Quaresima, essendone il termine, sia della Settimana Santa, poiché la inaugura. Volendo distinguere, potremmo dire che la Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che apre la liturgia odierna per mezzo della benedizione e della processione con i rami d’ulivo e le palme, segna la fine della Quaresima, mentre la liturgia della Parola soprattutto con la lettura della Passione di Gesù Cristo, quest’anno secondo il vangelo di Luca, apre il tempo della preparazione immediata alla Pasqua di morte e risurrezione del Signore.

Il brano evangelico di Lc 19,28-40 che ascoltiamo nella liturgia e che precede la processione delle palme, ci presenta Gesù mentre entra a Gerusalemme attorniato da una folla festosa di discepoli e di pellegrini, uomini e donne giunti a Gerusalemme per la Pasqua.

L’ovazione che accompagna Gesù in questo solenne ingresso nella città santa, alimentata sia dalle crescenti aspettative che il popolo d’Israele aveva nei confronti del Messia, secondo le parole dei profeti, sia dalle parole e dai prodigiosi segni compiuti da Gesù lungo il suo cammino, aveva accresciuto lo sdegno del sinedrio, già da tempo in ricerca spasmodica di un capo di accusa per mettere a morte Gesù.

Come sempre, nelle cose di Dio, se abbiamo potuto distinguere i due momenti della vita di Gesù in gloria e in passione, possiamo senz’altro vedere l’unità misteriosamente presente in questa solenne celebrazione. Lo facciamo sia attraverso le parole della folla che ha seguito Gesù festante verso la città santa, acclamandolo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!», e sia, qualche giorno più tardi, attraverso l’urlo ostile e deciso della stessa folla che lo rifiuterà: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!” (Lc 23,21). La benedizione come Re e l’accusa come reo si fondono formando un unico evento, del quale Gesù è pienamente consapevole, perché egli pesa veramente le parole… perché conosce il cuore dell’uomo e la sua volubilità, dunque non si gloria della popolarità che riscontra, ma vive questa esperienza di “successo pubblico” come il compimento delle parole della Scrittura… come possibilità di glorificare Dio attraverso la sua adesione alla volontà del Padre. Questo è per noi l’insegnamento da seguire: le due dimensioni della gloria e della passione, anche se apparentemente opposte, rivelano la verità piena: la gloria di Dio si manifesta nella passione di Gesù Crocifisso. L’immagine del corpo del Risorto nel quale splendono le ferite che hanno segnato la carne di Gesù, sono un’eloquente “parola” su questo argomento, che possiamo comprendere attraverso la nostra esperienza, in cui il mistero di gioia-dolore è una realtà vitale spesso inscindibile, dove la gioia è sempre mista al dolore, il dolore è sempre intriso di gioia.

Prepariamoci dunque, a vivere con Gesù questa verità unitaria che è profondamente nostra, per imparare a sperimentare la profondità degli eventi nei quali siamo immersi quotidianamente, fatti di lice e tenebre, di bene e di male.

Andiamo a Gerusalemme con Gesù acclamandolo Re, tra la folla festante, ma accettiamo anche di essere tra quelli che urlano un giudizio iniquo e menzognero, sempre pronti a puntare il dito, a volgere le parole e le spalle per nascondere la verità a se stessi e agli altri. Andiamo a Gerusalemme sapendo che il Re sederà su un trono alto, e, innalzato da terra, attirerà gli sguardi di tutti verso l’amore di Dio che si fa dolore per noi.

Lectio

In quel tempo Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Gesù prosegue il suo cammino davanti a tutti, deciso, lasciando trasparire ancora quella risolutezza con la quale ha iniziato il suo viaggio verso Gerusalemme in Lc 9,51: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme”, indurendo il volto, come dice Is 50,7: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”. È lui che ci precede sulla via della croce.

Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi…

Geograficamente siamo ad est di Gerusalemme, dove si trova il monte Uliveto, alto più o meno 800 mt. Per raggiungere Gerusalemme da Bètfage e Bètania, ultimi villaggi nella zona del monte, è necessario prima scendere e poi salire. Questo movimento compiuto da Gesù per entrare a Gerusalemme è la sintesi della sua esistenza di Figlio di Dio, disceso nella carne, per essere innalzato sulla croce, carne trafitta, per poi risalire alla destra del Padre, carne gloriosa.

Come la strada per Gerusalemme, così anche la nostra strada alla sequela di Gesù è una scuola di vita, bisogna scendere prima di salire: discendere, per accogliere la nostra e l’altrui debolezza, per poi affrontare la risalita, sapendo che la fatica che ciò comporta, non possiamo sopportarla da soli. L’immagine della cordata rende l’idea. Una processione di uomini e donne che uniti gli uni gli altri affrontano il cammino sapendo che in testa c’è un uomo deciso e sicuro, colui che conduce alla mèta, alla città eterna. È il cammino della Chiesa.

… inviò due discepoli … Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto.

Così come abbiamo ritrovato l’atteggiamento deciso di Gesù nell’affrontare la parte finale del suo viaggio verso Gerusalemme in Lc 9,51, così troviamo un altro elemento comune con il nostro brano, nel versetto 52: Gesù “mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui”. I due discepoli erano Giacomo e Giovanni. Ancora, per i preparativi della Pasqua leggiamo in Lc 22,8-12, Gesù “mandò Pietro e Giovanni dicendo: “Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare”. Gli chiesero: “Dove vuoi che la prepariamo?”. Ed egli rispose: “Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate“. Le assonanze sono molto evidenti e ci dicono uno stile di invio del Signore, che manda i suoi discepoli “avanti” per preparare e per collaborare alla sua missione, senza mandarli allo sbaraglio; infatti li informa di ciò che avverrà con autorità e rendendoli sicuri di non essere abbandonati dal Maestro.

Circa il puledro da slegare, di sottofondo, senza menzione esplicita, come invece accade nella versione matteana, risuonano alle nostre orecchie le parole del profeta Zaccaria (Zc 9,9-10): “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra”. Il riferimento alle parole del profeta, indica la corrispondenza tra il Messia atteso dal popolo e la persona di Gesù: il re che Israele stava aspettando era un re giusto e vittorioso, ma soprattutto umile e portatore di pace.

La scelta del puledro come cavalcatura per l’ingresso a Gerusalemme, dunque non è un dettaglio, ma esprime ciò che Gesù è ed è stato fino a quel momento: mite e umile di cuore, lento all’ira e ricco di misericordia. Infatti mentre i guerrieri montavano i cavalli per giungere alla vittoria, le persone povere e pacifiche cavalcavano gli asini. La storiografia ci insegna che la cavalcatura tipica del re era il cavallo, anzi proprio dal numero dei cavalli che un re possedeva si misurava la sua ricchezza e la sua potenza, poiché era l’animale usato per fare la guerra, mentre l’asino era usato in tempo di pace. Questo è già di per sé molto significativo riguardo alle intenzioni di Gesù: egli non giunge a Gerusalemme come capo militare, circondato da un esercito a cavallo, ma seduto sopra un asino e circondato da una folla festante a piedi. Non si tratta di una parata militare, ma di una processione rituale. Tra l’altro Dio aveva espressamente proibito la moltiplicazione dei cavalli nel paese d’Israele (Dt 17,16).

Anche la scelta del puledro sul quale non è mai salito nessuno, non è casuale, ma ha dei riferimenti nell’AT: come gli animali che venivano usati per il sacrificio non potevano essere usati per lavori comuni, perché erano già destinati a Dio, così anche la cavalcatura di Gesù, re e Messia, doveva essere un puledro sul quale nessuno era mai salito.

Il Signore ha bisogno di un puledro, di un asino, per il suo ingresso a Gerusalemme come Messia. Ancora una volta, il Signore ha bisogno di ciò che conta meno. Possiamo dire che in quel puledro e in ciò che esso rappresenta c’è spazio per tutti: per chi si sente incapace e inadeguato a portare il Signore agli altri, e per chi viene giudicato inadatto a portare Gesù, a causa della vita passata o del proprio carattere.

Il Signore ha bisogno di noi, così come siamo, lenti e cocciuti, ma disposti a portarlo, perché Lui cavalca assecondando il nostro ritmo. Anche oggi Gesù sceglie non cavalli forti e vigorosi, ma asini miti e silenziosi per arrivare al cuore degli uomini. Così verrà a noi, non nel clamore, non nel vento gagliardo, non nel suono di tromba, non su un cocchio dorato: verrà nella brezza lieve, nel silenzioso profumo dell’aria di primavera, nel lento e ritmato incedere, nel suono delle foglie mosse dal vento. Così verrà e così noi dovremmo portarlo.

Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.

I discepoli, trovato il puledro, lo slegano e lo portano a Gesù, davanti al quale lo “sellano” dei loro mantelli, mentre altri li stendono lungo la strada a mò di tappezzeria, fuori dal paese. Sono gesti di accoglienza che dimostrano rispetto, gesti che si fanno quando arriva un re.

Possiamo leggere cosa accadde dopo l’unzione di Ieu come re d’Israele in 2 Re 9,13. Infatti quando c’era l’intronizzazione regale, il popolo, in segno di sottomissione, metteva il proprio mantello, immagine della propria vita, lungo il percorso del nuovo re.

In questo modo possiamo capire che con questo gesto, i discepoli accolgono, accettano quest’immagine di Messia non violento, di Messia portatore di pace, colui che avrebbe realizzato la profezia di Zaccaria, e in segno di adesione, mettono il proprio mantello, cioè la propria esistenza, nelle mani di Gesù, disposti a seguire un Messia di pace.

Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:

«Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».

Siamo vicini alla vista splendida di Gerusalemme dalla discesa del monte Uliveto. Da qui tutti iniziano ad acclamare, e ai gesti di sottomissione seguono le parole osannanti che annunciano l’avvento della pace: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».

Queste parole ci ricordano le parole degli angeli alla nascita di Gesù, così come viene narrata da Luca al capitolo 2, dove la venuta di Gesù è portatrice di una pace che conquisterà a prezzo del suo sangue: Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti (Eb 2, 9).

Noi siamo chiamati ad essere questo segno nel mondo, ad essere persone rappacificate anche se soffrono o hanno sofferto, anche se devono lottare o subire l’ingiustizia.

Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

Ai farisei che gli chiedevano di far tacere la folla, Gesù rispose: “Se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,40). Egli si riferiva, in particolare, alle mura del tempio di Gerusalemme, costruito in vista della venuta del Messia e ricostruito con grande cura dopo essere stato distrutto al momento della deportazione babilonese. La memoria della distruzione e della ricostruzione del tempio era rimasta viva nella coscienza d’Israele e Gesù faceva riferimento a tale consapevolezza, affermando: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19). Come l’antico tempio di Gerusalemme fu distrutto e ricostruito, così il nuovo e perfetto tempio del corpo di Gesù doveva morire sulla Croce e risorgere il terzo giorno.

Questa pericope è riportata solo da Luca ed è una espressione proverbiale usata dai Greci e dai Romani, e anche dagli Ebrei. La troviamo già in uso ai tempi del profeta Abacuc 2:11. La testimonianza resa in quel giorno era stata predetta dai profeti, perché era necessario che l’attenzione di tutti quelli che si trovavano allora in Gerusalemme fosse attirata su di lui.

Gesù che fin dall’inizio del suo ministero aveva cercato l’anonimato e la solitudine nel deserto e sui monti per evitare la notorietà, non si tira indietro nell’ora del clamore, considerandola come una parte necessaria al disegno di Dio, perché il Messia saliva per l’ultima volta in Gerusalemme… ne sarebbe sceso presto, salendo, tra urla dissacranti, sul legno della Croce, il pinnacolo più alto dal quale ogni uomo vedrà la sua salvezza.

Appendice

Gesù era venuto spesso a Gerusalemme; mai però vi era entrato in modo così solenne. Quale ne è il motivo? All’inizio del suo ministero egli non era molto conosciuto e a quel tempo neppure era prossima l’ora della sua passione. Gesù si mescolava alla folla senza alcuna distinzione, cercando anzi di passare inosservato. Qualora si fosse manifestato troppo presto, non avrebbe riscosso ammirazione, ma l’ira degli avversari sì sarebbe scatenata ben più violenta. Più tardi, invece, quando la croce è alle porte, dà prova sufficiente del suo potere, dispiega in modo più lampante la sua grandezza e compie con maggiore solennità ogni cosa, anche se ciò inasprirà la parte avversa. Ripeto che egli avrebbe potuto fare ciò sin dall’inizio della sua predicazione, ma non sarebbe stato né utile né vantaggioso.

Non considerare la menzione dell’asina poco importante. Quelli che si lasciarono portare via i loro animali, erano povera gente, forse dei contadini. Chi li persuase a non opporsi? Che dico? Neppure aprirono bocca. Insomma, perché acconsentirono oppure tacendo dettero via l’asina?

Nell’uno e nell’altro caso il comportamento di costoro è ugualmente ammirevole: sia lo starsene zitti quando vengono portate via le loro bestie; sia il non opporre resistenza dopo aver chiesto e avuto la spiegazione dagli apostoli: Il Signore ne ha bisogno. E sono tanto più ammirevoli, perché non vedevano il Signore, ma solo i suoi discepoli.

Questo episodio ci insegna che Gesù avrebbe potuto ridurre al silenzio e atterrare i Giudei che stavano per impadronirsi di lui, ma non volle farlo. Non solo, ma in quella circostanza dà anche un altro insegnamento ai discepoli: essi dovranno senza opporsi fare quanto egli chiederà loro, foss’anche la vita stessa. Se quegli sconosciuti hanno ceduto obbedienti, essi dovranno abbandonare tutto senza recriminazioni.

Allorché Gesù entra in Gerusalemme cavalcando un’asina, ci insegna l’umiltà e la moderazione. Egli non viene solo a compiere le profezie e a seminare la parola di verità, ma anche a istituire un modello di vita che si limiti al necessario e si ispiri ad un comportamento onesto.

Ecco perché, quando nasce, non cerca un magnifico palazzo, e neppure una madre ricca e illustre, ma si contenta dell’umile sposa di un carpentiere; nasce in una grotta e viene deposto in una mangiatoia. Per discepoli non sceglie né retori e dotti, né ricchi e nobili ma povera gente di modesta estrazione, del tutto sconosciuta.

Al momento del pasto, a volte si ciba di pane d’orzo, altre volte di quello che manda i discepoli a comprare in piazza, e l’erba gli serve da tavola. Si veste poveramente, come usa la gente del popolo, e non ha neppure una casa. Quando deve spostarsi da un luogo all’altro, fa i viaggi a piedi, tanto da esserne affaticato.

Gesù non ha nessun trono per sedersi né cuscino per posare il capo. Che sia sulla montagna o presso un pozzo – come quando era solo a parlare con la Samaritana – si mette semplicemente a sedere per terra.

Ci dà l’esempio della misura anche nei nostri dolori e nella nostra tristezza: quando piange, versa poche lagrime, in modo che indica i limiti da non oltrepassare e l’equilibrio, da mantenere.

Ecco un altro esempio di semplicità: prevedendo che molti, deboli fisicamente, non potranno sempre viaggiare a piedi, insegna con il suo esempio la moderazione: non è necessario andare a cavallo, non c’è bisogno di muli aggiogati, ma basta un’asina, e così non si eccede oltre il necessario.

Ma vediamo più da vicino questa profezia che si realizza in parole e in atti. Quale è dunque? Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma. (Cf Zc 9,9) Gesù non guida carri da guerra, come gli altri re; non impone tributi, non avanza sconvolgente scortato da un corpo di guardia, ma presenta d’ora in poi il modello della mitezza e della moderazione. (Dalle Omelie di san Giovanni Crisostomo In Mt., hom. 66, 1-2. PG 57, 627-628)

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza. Viene dì sua spontanea volontà verso Gerusalemme. E’ disceso dal cielo, per farei salire con sé lassù al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si posso nominare (Ef 1,21). Venne, non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e in forma spettacolare. Non contenderà, dice, né griderà, né si udrà la sua voce (Is 12, 2). Sarà mansueto e umile ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà. Corriamo anche noi insieme con colui che si affretta verso la passione e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti al suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in adorazione profonda dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere.

Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per cosi dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé. Egli salì verso oriente sopra i cieli dei cieli (cf Sal 67,34), cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura dell’uomo, innalzandola dalla bassezza della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio dì lui stesso. Poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (Gal 3,27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese. Per il peccato eravamo rossi come scarlatto; in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme con i fanciulli, acclamiamo santamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele. Diciamo anche a noi a Cristo, diciamogli: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele. Protendiamo verso di lui, a guisa di rami di palma, le ultime parole sulla croce. Seguiamolo in letizia non con i ramoscelli di ulivo, ma con la gioia fraterna che deriva dalla carità prestata a chi ne ha bisogno.

Stendiamo al suo passaggio a mo’ di mantelli i desideri del nostro cuore, perché volgendo i suoi passi verso la nostra dimora, diventi tutto nostro e gradisca l’offerta totale di noi e con noi rimanga. Ripetiamo a Sion quel messaggio profetico: Abbi fiducia, figlia di Sion, non temere: Ecco, a te viene il tuo re, umile, cavalca su un’asina (Zc 9, 9). Viene colui che è presente in ogni luogo e riempie ogni realtà; viene, dico, per compiere in te la salvezza di tutti. Viene colui il quale non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi (cf Lc 5, 32), per richiamarli dalla vie del peccato. Non temere. Vi è Dio in mezzo a te: non potrai vacillare (cf Sal 45, 6) accogli con le braccia aperte lui che nelle sue mani ha segnato la linea delle tue mura. Accogli lui che con le sue mani ha fondato le tue stesse fondamenta. Accogli colui che in sé accolse tutto ciò che è proprio della natura umana, fuorché il peccato. Rallegrati, o città-madre, Sion; non temere. Celebra la tua festa (Na 2, 1). Glorifica per la sua misericordia colui che in te viene a noi.

Ma anche tu, figlia di Gerusalemme, gioisci vivamente. Sciogli il tuo canto, muovi il passo alla danza. Con le parole di Isaia, quel sacro vate, esclamiamo: Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria dei Signore brilla sopra di te (Is 60, 1). Ma quale luce? Quella che illumina ogni uomo (Gv 1, 9) che viene nel mondo. Voglio dire la luce eterna, la luce senza tempo e donata nel tempo: la luce che si è manifestata nella carne mentre per natura è occulta; la luce che avvolse i pastori e ai Magi fu guida nel cammino; la luce che era nel mondo fin dal principio e per la quale è stato fatto il mondo; e tuttavia il mondo non la conobbe; la luce che venne in casa sua, ma i suoi non l’hanno accolta.

La gloria del Signore accogli: quale gloria? Senza dubbio, la croce sulla quale Cristo è stato glorificato; lui, dico, che è lo splendore della gloria paterna come egli stesso ebbe ad asserire nell’imminenza della sua Passione: Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui e lo glorificherà subito (Gv 13, 31-32). Il Signore chiama qui gloria il suo innalzamento sulla croce. La croce di Cristo, infatti, è gloria, ed è la sua esaltazione. Ecco perché egli dice: Io, quando sarò elevato, attirerò tutti a me (Gv 12, 32). (Dai “Discorsi” di sant’Andrea di Creta. Sulle Palme, Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994)

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (cfr Lc 19,38), gridava festante la folla di Gerusalemme accogliendo Gesù. Abbiamo fatto nostro quell’entusiasmo: agitando le palme e i rami di ulivo abbiamo espresso la lode e la gioia, il desiderio di ricevere Gesù che viene a noi. Sì, come è entrato a Gerusalemme, Egli desidera entrare nelle nostre città e nelle nostre vite. Come fece nel Vangelo, cavalcando un asino, viene a noi umilmente, ma viene «nel nome del Signore»: con la potenza del suo amore divino perdona i nostri peccati e ci riconcilia col Padre e con noi stessi.

Gesù è contento della manifestazione popolare di affetto della gente, e quando i farisei lo invitano a far tacere i bambini e gli altri che lo acclamano risponde: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40). Niente poté fermare l’entusiasmo per l’ingresso di Gesù; niente ci impedisca di trovare in Lui la fonte della nostra gioia, la gioia vera, che rimane e dà la pace; perché solo Gesù ci salva dai lacci del peccato, della morte, della paura e della tristezza.

Ma la Liturgia di oggi ci insegna che il Signore non ci ha salvati con un ingresso trionfale o mediante potenti miracoli. L’apostolo Paolo, nella seconda Lettura, sintetizza con due verbi il percorso della redenzione: «svuotò» e «umiliò» sé stesso (Fil 2,7.8). Questi due verbi ci dicono fino a quale estremo è giunto l’amore di Dio per noi. Gesù svuotò sé stesso: rinunciò alla gloria di Figlio di Dio e divenne Figlio dell’uomo, per essere in tutto solidale con noi peccatori, Lui che è senza peccato. Non solo: ha vissuto tra noi in una «condizione di servo» (v. 7): non di re, né di principe, ma di servo. Quindi si è umiliato, e l’abisso della sua umiliazione, che la Settimana Santa ci mostra, sembra non avere fondo.

Il primo gesto di questo amore «sino alla fine» (Gv 13,1) è la lavanda dei piedi. «Il Signore e il Maestro» (Gv 13,14) si abbassa fino ai piedi dei discepoli, come solo i servi facevano. Ci ha mostrato con l’esempio che noi abbiamo bisogno di essere raggiunti dal suo amore, che si china su di noi; non possiamo farne a meno, non possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la sua sorprendente tenerezza e senza accettare che l’amore vero consiste nel servizio concreto.

Ma questo è solo l’inizio. L’umiliazione che Gesù subisce si fa estrema nella Passione: viene venduto per trenta denari e tradito con un bacio da un discepolo che aveva scelto e chiamato amico. Quasi tutti gli altri fuggono e lo abbandonano; Pietro lo rinnega tre volte nel cortile del tempio. Umiliato nell’animo con scherni, insulti e sputi, patisce nel corpo violenze atroci: le percosse, i flagelli e la corona di spine rendono il suo aspetto irriconoscibile. Subisce anche l’infamia e la condanna iniqua delle autorità, religiose e politiche: è fatto peccato e riconosciuto ingiusto. Pilato, poi, lo invia da Erode e questi lo rimanda dal governatore romano: mentre gli viene negata ogni giustizia, Gesù prova sulla sua pelle anche l’indifferenza, perché nessuno vuole assumersi la responsabilità del suo destino. E penso a tanta gente, a tanti emarginati, a tanti profughi, a tanti rifugiati, a coloro dei quali molti non vogliono assumersi la responsabilità del loro destino. La folla, che poco prima lo aveva acclamato, trasforma le lodi in un grido di accusa, preferendo persino che al suo posto venga liberato un omicida. Giunge così alla morte di croce, quella più dolorosa e infamante, riservata ai traditori, agli schiavi, ai peggiori criminali. La solitudine, la diffamazione e il dolore non sono ancora il culmine della sua spogliazione. Per essere in tutto solidale con noi, sulla croce sperimenta anche il misterioso abbandono del Padre. Nell’abbandono, però, prega e si affida: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Appeso al patibolo, oltre alla derisione, affronta l’ultima tentazione: la provocazione a scendere dalla croce, a vincere il male con la forza e a mostrare il volto di un dio potente e invincibile. Gesù invece, proprio qui, all’apice dell’annientamento, rivela il volto vero di Dio, che è misericordia. Perdona i suoi crocifissori, apre le porte del paradiso al ladrone pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la realtà dell’Amore che lo ha attraversato, giungendo fino al sepolcro e agli inferi, assumendo tutto il nostro dolore per redimerlo, portando luce nelle tenebre, vita nella morte, amore nell’odio.

Può sembrarci tanto distante il modo di agire di Dio, che si è annientato per noi, mentre a noi pare difficile persino dimenticarci un poco di noi. Egli viene a salvarci; siamo chiamati a scegliere la sua via: la via del servizio, del dono, della dimenticanza di sé. Possiamo incamminarci su questa via soffermandoci in questi giorni a guardare il Crocifisso, è la “cattedra di Dio”. Vi invito in questa settimana a guardare spesso questa “cattedra di Dio”, per imparare l’amore umile, che salva e dà la vita, per rinunciare all’egoismo, alla ricerca del potere e della fama. Con la sua umiliazione, Gesù ci invita a camminare sulla sua strada. Rivolgiamo lo sguardo a Lui, chiediamo la grazia di capire almeno qualcosa di questo mistero del suo annientamento per noi; e così, in silenzio, contempliamo il mistero di questa Settimana. (Papa Francesco, Omelia del 20 marzo 2016)

Fonte: Figlie della Chiesa

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