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Lectio Divina di domenica 10 settembre 2017 – Comunità di Pulsano

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Lectio Divina di domenica 10 settembre 2017, XXIII domenica del Tempo Ordinario dell’anno A, a cura della Comunità monastica di Pulsano.

Mt 18,15-20 (leggere 18,15-22); Ez 33,7-9; Sal 94; Rm 13,8-10

Domenica «DELLA CORREZIONE FRATERNA»

Considerando il testo molto lungo, consiglio di scaricarlo in un comodo file di Word.

«Il peccato del prossimo è ancora più difficile da sopportare della sua libertà, perché distrugge la nostra comunione con Dio e con i fratelli. Si tratta della rottura della comunità che Gesù Cristo ha istituito fra di noi. Ma è anche l’occasione in cui può manifestarsi tutta la potenza della grazia per coloro che sanno portare il peccato dei fratelli. Non disprezzare il peccatore, ma avere il coraggio di «portarlo», significa infatti non considerarlo come un perduto, riuscire ad accettarlo e tenergli aperto, con il perdono, l’accesso alla comunità. … Poiché il Cristo ha portato e accettato noi peccatori, anche noi possiamo, a nostra volta, portare e accettare i peccatori nella sua Chiesa, fondata sul perdono dei peccati. Non dobbiamo più giudicare i peccati degli altri, ma ci è dato di sopportarli. … Ogni colpa personale è un carico e un’accusa che pesa su tutta la comunità; per questo la Chiesa accoglie con gioia ogni nuovo dolore e ogni nuovo fardello che deve portare per colpa dei suoi membri: perché così si vede giudicata degna di portare e di perdonare i peccati». (D. Bonhoeffer[1], La vita comune)

«L’autorità e la comunità non devono respingere alcune persone semplicemente perché sono scomode, hanno un carattere difficile, forse non sono al loro posto, e le mettono in causa; bisogna allontanare soltanto coloro che sono del tutto separati interiormente dalla comunità, che sono un vero pericolo di scandalo influenzando taluni contro l’autorità legittima e scalzando la fiducia in essa. Queste persone dividono la comunità e la distolgono dai suoi scopi fondamentali. In questo difficile campo delle divisioni e degli scismi, non è possibile stabilire nessuna regola, se non quella della pazienza, della vigilanza e della fermezza, del rispetto delle strutture e delle esigenze del dialogo».

(J. Vanier[2], La comunità luogo del perdono e della festa)

Due testimonianze introducono oggi il tema della “correzione fraterna” di questa XXIII Dom. Tempo Ord. A. Dalla scomunica al dialogo dunque! Dopo la spontaneità delle origini la Chiesa si è organizzata; ma l’istituzione ha spesso portato con sé inevitabili pesantezze. La Chiesa primitiva rifiuta il settarismo. La comunità cristiana dev’essere un luogo fraterno in cui ciascuno ha la possibilità di esprimersi e di trovare degli amici; una famiglia in cui ogni membro si sente responsabile di tutti gli altri. L’assemblea dei credenti si pone pertanto come il luogo del dialogo: prima di decidere di mettere uno alla porta, lo si ascolta, dandogli la possibilità di difendersi. E ascoltandolo, la Chiesa deve chiamare in causa anche se stessa, e interrogarsi sulla propria fedeltà all’evangelo.

Antifona d’Ingresso Sal 118,137.124

Tu sei giusto, Signore, e sono retti i tuoi giudizi:
agisci con il tuo servo secondo il tuo amore.

Nell’antifona d’ingresso, dal Sal 118,137.124a, DSap. la lunga contemplazione delle divine realtà a partire dalla Parola, induce l’Orante al supremo riconoscimento che esiste l’unico Giusto, il Signore suo (Sal 114,3) e che ogni suo Giudizio, l’intervento soccorritore che dà il bene ai giusti e punisce il male, è retto (18,9-10; Rom 7,12), immacolato. Perciò con epiclesi il Salmista chiede che il Signore suo si comporti sempre secondo la sua divina Misericordia. E con lui chiediamo anche noi, i fedeli servi al Signore, mentre stiamo per ascoltare dalla sua Parola la sua Giustizia e la sua Rettitudine, e a ricevere la sua Misericordia.

Canto all’Evangelo 2 Cor 5,19

Alleluia, alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia.

L’alleluia all’Evangelo (2 Cor 3,19) ci ricorda che per solo amore, il Padre con la morte del Figlio, nel suo Sangue e per il dono dello Spirito Santo ha operato la riconciliazione con il mondo malvagio, per suprema bontà deponendo nei fedeli «la Parola della riconciliazione» (Rom 5,11; Mt 18,28), che opera sempre il suo effetto, se è accettata.

Dice un proverbio: «Bisogna saper punire coloro a cui si vuol bene». Il brano evangelico di oggi tratta della correzione fraterna fra cristiani: che atteggiamento deve assumere la comunità nei confronti di un fratello che si comporta male, nuocendo così alla Chiesa? Nei primi secoli, i cristiani erano ancora un’esigua minoranza all’interno della società, e di conseguenza si preoccupavano in modo particolare della propria reputazione. «Vedete come si amano», si diceva di loro. Ma più fortemente ancora essi sentivano l’esigenza interna della concordia e dell’unione: nata dalla carità divina, la Chiesa deve essere una comunione d’amore in cui ciascuno è responsabile della fede e della santità dei propri fratelli. Scaturisce di qui la procedura adottata per estirpare ogni radice di male o di disaccordo fra cristiani. Si tratta di una prassi che unisce saggiamente prudenza e pazienza, e che rivela la preoccupazione di permettere l’ascolto e il dialogo, perché a ciascuno siano date le più ampie possibilità di rimanere nella comunione. La comunità non deve comportarsi come un tribunale, che sanziona la confessione del colpevole con la condanna, ma deve agire in base alla misericordia, che supera la stessa giustizia e tende ad assolvere e a riconciliare. E anche se il fratello si ostinasse nell’errore, la Chiesa non deve mai privarlo del sostegno della propria preghiera.

Mantenere la comunione fraterna significa, in definitiva, salvare questa preghiera della Chiesa, poiché la sua efficacia è subordinata alla concordia che regna nella comunità, alla presenza dell’Emmanuele che intercede per essa, facendo propria la sua preghiera. Questo è ciò che giustifica, nella Chiesa, il rifiuto di lanciare anatemi o scomuniche sbrigative, e il senso di responsabilità verso gli altri, più forte di qualsiasi risentimento. «Sono responsabile della mia rosa» (A. de Saint-Exupéryd, Il piccolo principe, cap. XXI), … anche se ha le spine!

La pericope di oggi è situata al centro del “discorso ecclesiastico” (18,1-35) che nello schema di Matteo è il 4° grande discorso programmatico di Gesù, come risulta dalla nota formula conclusiva di 19,1.

Il discorso, in cui l’evangelista raggruppa un’accurata redazione degli insegnamenti del Signore ai suoi discepoli, circa le disposizioni e la condotta da tenere in seno alla comunità, è divisibile in due parti: vv. 1-14 e vv. 15-35.

Parole chiave di queste due parti sono rispettivamente «piccolo» e «fratello»:

vv. 1-14 («piccolo»)

vv. 1-4, grandezza dei piccoli;

vv. 5-10, sollecitudine per i più deboli;

vv. 11-13, Io zelo verso gli sviati;

Lo stile del discepolo deve essere il farsi piccolo cioè il ricercare la paradossale vera grandezza del Regno (vv. 1-4); bisogna poi saper accogliere i piccoli senza mai scandalizzarli (vv. 5-10) e prendersi cura di chi è piccolo e smarrito (vv. 11-13).

A questo punto il “discorso ecclesiale” passa alla parola chiave “fratello”, che occupa tutta la seconda parte, il cui inizio è costituito dalla pericope odierna, che si limita a due esortazioni tra loro connesse, riguardanti la correzione fraterna e la preghiera comunitaria (vv. 15-20).

vv. 15-35 («fratello»)

vv. 15-18, la correzione;

vv. 19-20, la preghiera comunitaria;

vv. 21-35, la disponibilità al perdono illimitato delle offese.

Uno sguardo alla sinossi ci rivela che anche Marco ha, nello stesso contesto, un “discorso” (ma molto più breve) riguardante la formazione dei discepoli; mentre Luca riferisce solo alcuni detti e la parabola della pecora smarrita.

Il brano della correzione, che è proprio di Matteo (salvo l’accenno di Lc 17,3), precisa la “disciplina” da seguire nel delicato ma vitale problema dei rapporti comunitari là dove l’ideale, il fervore primitivo sembra essersi abbassato. Questa disciplina rispetta una triplice fase: quella privata, tra fratello e fratello (v. 15), quella semi-pubblica, davanti a «uno o due testimoni» (v. 16) e quella pubblica davanti «alla Chiesa» (v. 17a). Per coloro che non desistono si applicherà la pena più severa: l’esclusione dalla comunità (v. 17b).

La pericope evangelica tuttavia sembra insistere molto sulla responsabilità della comunità, la ecclesìa.

I lettura: Ez 33,7-9

La prima lettura del profeta Ezechiele appartiene agli oracoli dei cc. 33-39 che si svolgono in parte durante l’assedio babilonese di Gerusalemme (587 a.C), e in parte anche dopo. La città pur soverchiata dalle forze nemiche, sta in armi e veglia sugli spalti. Ma il Signore ha annunciato che la città cadrà sotto i nemici. Egli ha un Disegno che si rivela a poco a poco, e che porterà alla città nuova, divenuta ormai un santuario nuovo (cap. 40-48). Il profeta comincia così ad annunciare la parabola della sentinella, posta a vegliare sulla città. Sulla sentinella è fatta ricadere la responsabilità di eventuali assalti vittoriosi del nemico, che essa non seppe o non volle avvertire dando rallarme tempestivo. Il sangue ricadrà sulla sentinella. Al contrario, la sentinella sarà salva se, dando l’allarme in tempo, la città non volle ascoltarlo (vv. 1-6).

Ora, precisamente il Signore pose il Profeta come sentinella sulla sua città. Si ripete quanto già era stato annunciato in 3,17-27, specialmente i vv. 17-19. Ezechiele infatti è posto come responsabile di tutta la casa d’Israele. In un rapporto estremo. In quanto il “nemico” da cui guardarsi, da prendere sul serio, ormai è un altro: è la Parola divina, che il Signore adesso, giungendo impetuoso come in un assalto, comunica al Profeta, e che questi, sempre vigile, deve subito «vedere e ascoltare», come fa la buona sentinella di notte e di giorno (v. 7). Ed essa è insieme Parola di salvezza e Parola di sventura. E Parola in se stessa ambigua per l’uomo, in quanto, come l’uomo reagirà davanti a essa, porta il bene o la catastrofe. Dipende solo dall’uomo. Ora, il desiderio costante del Signore è solo quello di salvare anche l’empio. Aveva già detto per bocca d’Ezechiele le parole decisive:

Avrò Io piacere della morte dell’iniquo – parla il Signore Dio! ,

o non piuttosto che egli si converta, e così viva? (Ez 18,23).

Tema sempre riproposto. Vedi anche 18,32; e 3,18; Sir 11,14; Sap 1,13; 11,24; 12,19; 1 Tim 2,4.6; 2 Pt 3,9.

Adesso il Signore torna ad avvertire: «Empio, tu morirai!» Sempre tutto per la mediazione necessaria del Profeta, inviato a questo scopo. Se il Profeta si rifiuterà a questa missione, l’empio secondo il decreto della giustizia divina è inevitabile che muoia a causa della propria iniquità. Tuttavia il Signore chiederà conto del suo sangue al Profeta riluttante (v. 8).

Avviene il contrario, se il Profeta ha investito l’empio contestandogli la sua perversa condotta, al fine di portarlo alla conversione. Se l’empio rifiuta di convertirsi, egli stesso sarà causa esclusiva della propria morte a motivo della sua empietà. Ma il Profeta, che ha compiuto la sua missione di salvezza, anche se invano, sarà salvo, riceverà dal Signore la sua ricompensa (v. 9).

Si ritorni adesso a leggere la pericope evangelica di oggi. Da questo enorme cumulo di testi e di dottrina, si deve arrivare a cogliere per intero il senso della responsabilità pastorale comunitaria, quella che deve animare tutti i fratelli.

Lotta alla mancanza di solidarietà nella comunità ecclesiale – “Sono forse il custode di mio fratello?”. Caino non si sente solidale con Abele, come noi non ci sentiamo solidali coi nostri fratelli. Al pari di Pilato, preferiamo lavarci le mani piuttosto che sporcarle compromettendoci per gli altri. Al profeta, come a ciascuno di noi, il Signore rivolge un ammonimento: un giorno risponderete non soltanto dei vostri errori personali, ma anche di quelli degli altri. La legge umana punisce la mancata assistenza a chi è in pericolo di morte; la legge di Dio punisce la mancata assistenza a chiunque rischia di perdere l’amicizia di Dio a causa del peccato.

Esaminiamo il brano

v. 15 «Se il tuo fratello commette una colpa…»: si contempla una triste realtà, che purtroppo avviene, e di frequente.

Il verbo gr. hamartànó tradotto con “commettere una colpa”, o “peccare”, significa in origine «sbagliare il centro, fallire». È il fallire totale, in un ordine terribile, verso se stessi, verso il prossimo, verso il mondo, verso Dio.

Nel v. 15 troviamo una variante testuale davvero problematica: nella frase «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te» l’espressione «contro di te» (in greco: eis sé) è presente in quasi tutti i codici antichi e nella comune tradizione sia bizantina che latina; però manca nei codici Sinaitico e Vaticano, che sono i più antichi (IV secolo) e importanti di tutti. Gli esperti quindi non riescono a prendere una decisione sicura, perché entrambe le lezioni sono giustificabili: alcuni ritengono che «contro di te» non sia originale, ma una aggiunta; altri ritengono che sia originale e omessa per errore. Tale incertezza si riscontra anche nelle trasposizioni in lingua italiana: la traduzione CEI 1971 sceglieva la forma breve, mentre la versione CEI 2008 ha optato per la forma lunga.

Il senso della frase cambia in base a questa variante. Nella frase «se tuo fratello commette una colpa» si tratta di una colpa generica che richiede un intervento della comunità; invece nella forma «se tuo fratello commette una colpa contro di te» si tratta di una offesa personale, che vede l’intervento responsabile del singolo. Nel primo caso ci sarebbe un collegamento con la parabola della pecora smarrita, che precede immediatamente (Mt 18,12-14), mentre nel secondo caso si tratterebbe di un anticipo della questione del perdono, che viene affrontato nella parabola che segue (Mt 18,21-35). Anche da questo punto di vista non si riesce a decidere con certezza, perché gli indizi si equivalgono.

L’evangelista Matteo non spiega di che colpa si tratta, probabilmente accenna a una forma di disordine morale che deve essere stroncata. La comunità nei suoi componenti e nelle sue guide deve assumersene il compito.

«và e ammoniscilo»: è un imperativo aoristo positivo (ordina di cominciare un’azione nuova).

Il verbo gr. èlenxon che è stato tradotto con “ammoniscilo” letteralmente significa «convincere», cioè rendere edotto, mostrare con prove convincenti il torto a chi è in errore. La pratica della correzione fraterna è raccomandata dall’A.T. come si legge in Lv 19,17: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d’un peccato per lui».

L’unità tematica dei vv. 15-17 presenta le regole comunitarie della correzione fraterna, in cui viene precisata e insegnata una strategia di intervento nei riguardi del “fratello” peccatore. Due sono le condizioni previe:

  1. che si tratti di una persona appartenente alla comunità cristiana
  2. e che si trovi in una condizione di peccato.

L’intervento prevede tre momenti successivi, condizionati da eventuale successo o insuccesso dell’intervento precedente. L’obiettivo evidente e primario è quello di ricostruire con colui che ha sbagliato un’autentica relazione personale e fraterna: questo significa «guadagnare il fratello», questo è ciò che il pastore deve fare nei confronti di una pecora che sta errando su strade sbagliate e pericolose.

«guadagnato il tuo fratello»: il recupero del “fratello” è una conquista e insieme un acquisto, perchè lo si toglie dalle vie del male e lo si sottrae ad una condanna. Correggere non è quindi un atto di autorità, ma di carità.

v. 16 «prendi»: è un imperativo aoristo positivo (ordina di cominciare un’azione nuova).

«una o due persone»: esiste tuttavia la possibilità che il peccatore non “ascolti”. La correzione davanti a testimoni (“sulla bocca… “secondo il principio giuridico della legge mosaica sancito in Dt 19,15), non ha come in un processo, lo scopo di dimostrare la colpevolezza dell’imputato, ma quello di conferire alla correzione una maggiore efficacia (il suo errore è già noto ad altri e quindi il peccatore non può nascondersi nell’anonimato; deve quindi trovare una soluzione per non andare incontro a una condanna).

v. 17 «dillo»: è un imperativo aoristo positivo (ordina di cominciare un’azione nuova).

«all’assemblea»: è la Chiesa edificata da Cristo, investita dei poteri giudiziari e ad essa compete in ultima istanza la correzione dei suoi adepti. Matteo usa il termine ekklesia («Chiesa»); qui e Mt 16,18 sono gli unici due passi in cui il termine viene usato nell’Evangelo di Matteo. Si riferisce alla comunità locale, sia essa radunata in assemblea per un incontro formale o rappresentata dal consiglio degli anziani. Il termine ekklesia distingue la comunità cristiana dalle «loro sinagoghe».

«sia»: è un imperativo presente positivo (ordina di continuare un’azione già intrapresa in passato).

«come un pagano»: (in gr. ethnikós, cioè non-ebreo), l’esclusione di un individuo dal suo popolo era considerata una pena terribile nell’antichità e in specie dall’israelita in cui era vivo il senso di appartenenza alla “comunità di Dio”. Era una specie di morte civile-religiosa.

«pubblicano»: tradotto anche con “esattore” “rinnegato”.

La comunità si difende e difende la sua integrità. La Chiesa conta i suoi componenti e come i pescatori della parabola conserva presso di sé i pesci buoni e lascia fuori quelli “cattivi”.

L’espressione presuppone un ambiente in larga misura giudeo-cristiano (cf Mt 5,46-47; 6,7) nel quale questo genere di persone sono guardate dall’alto in basso. Tuttavia, nell’Evangelo si è già visto che alcune di queste persone hanno mostrato una grande fede in Gesù (8,1-11; 9,9-13; 11,19; 15,21-28). La frase ha il tono di un decreto di scomunica. Riguardo all’evitare i cristiani deviati, si veda 1 Cor 5,1-5; 2 Ts 3,6-15; 2 Gv 10.

Il procedimento in tre fasi di riconciliazione con il fratello colpevole era praticato anche dagli Esseni di Qumran: «Essi si correggeranno l’un l’altro nella verità e nell’umiltà e nell’amore vicendevole» (1QS 5,24-25). Il fratello che commette una colpa verso un altro fratello «dovrà essere corretto nello stesso giorno… Inoltre, nessuna querela tra un solo uomo e un altro, sia portata davanti ai molti, se non dopo che la correzione è stata fatta davanti a testimoni» (1QS 5,26-6,2; vedi CD 9,2-3).

Pur rifacendosi entrambe alle Scritture (vedi Lv 19,17; Dt 19,15), le comunità di Qumran e di Matteo hanno sviluppato ciascuna un proprio modo di procedere nel trattare questi casi all’interno della comunità. Il procedimento aveva un doppio scopo: indurre il colpevole a specificare e ad addossarsi la colpa in ciascuna fase, e reintegrare appieno nella comunità il colpevole che aveva riconosciuto e si era pentito del suo peccato. Non è possibile stabilire se i cristiani matteani abbiano «copiato» il procedimento in tre fasi dagli Esseni o se invece le due comunità l’abbiano sviluppato indipendentemente.

v. 18 «in verità…»: Indica l’insegnamento di Gesù impartito con autorità e non come i profeti e men che meno gli scribi (cfr. Lectio precedenti).

«ciò che avrete legato…»: è la stessa parola rivolta a Pietro in 16,19, estesa qui alla Chiesa come tale. I poteri, di cui Gesù investe i suoi inviati, sono espressi nella terminologia giuridica del giudaismo contemporaneo.

II potere di “legare e sciogliere” (ebr. ‘asar sarah) che per i rabbini si applicava particolarmente all’interpretazione della Legge antica, per i discepoli di Cristo si eserciterà anche nell’intimo delle coscienze, per sciogliere i tormentosi legami che legano il peccatore a Satana.

Anche il potere giudiziario è legato alla facoltà di scioglier e legare; escludere (legare) il fratello che non si arrende alla correzione e si ostina nel peccato è della Chiesa.

vv. 19-20 «nel mio nome»: la preghiera fatta nel nome di Gesù è garanzia di esaudimento da parte del Padre.

«si accorderanno»: il termine greco “synphonèin” indica uno stare insieme in armonia; ad es. un’orchestra per realizzare una sinfonia usa strumenti diversi tra loro eppure, suoni diversi tra loro, accordati (unità senza uniformità), danno origine a musiche sublimi.

L’oggetto di questa preghiera, attuata in modo “sinfonico”, non è una cosa qualsiasi o, come traduce la CEI, una «qualunque» cosa, bensì un «affare o questione» quale che sia. Il termine greco «pràgma», qui appare come un termine tecnico per indicare questioni controverse all’interno della vita della comunità. Possiamo citare ad es. 1 Cor 6,1: «v’è tra voi chi, avendo una questione (pràgma) con un altro, osa farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi?».

Il contesto qui ci illumina sul «pràgma» che deve essere oggetto di preghiera concorde: la conversione del peccatore e la prassi della comunità che deve essere insieme severa e soprattutto misericordiosa. Impresa impossibile da realizzarsi umanamente; ecco perché bisogna ricorrere alla forza della preghiera comune.

«due»: è il numero minimo di cui possa comporsi una società. Due è il numero di quelli che si raccolgono in preghiera concorde nel nome di Gesù ed è lo stesso di quelli che sono interpellati come testimoni e aiutanti nel cammino di conversione del peccatore.

La comunità allora trae forza per stare vicina efficacemente al peccatore dalla preghiera sinfonica. Banale e terribile sarebbe «quell’essere riuniti nel nome» solo per avere un sigillo, una raccomandazione, un’autorità che non ci compete per rifiutare un peccatore.

Alla luce di quanto detto cresce ancor più il dubbio e la lacerazione sull’interpretazione del terzo grado di giudizio, quello davanti alla comunità. L’ordine di espulsione, sia pure come extrema ratio, non sembra essere la più convincente interpretazione del passo matteano specie se si considera la risposta data a «Pietro» (e non a Simone) nei vv. che chiudono il “discorso ecclesiale” sul perdono illimitato.

Quel «sia per te come un pagano e un pubblicano» può essere allora inteso in un senso molto diverso; l’atteggiamento di Gesù verso “peccatori, pubblicani e pagani, non è forse quello di cercare una via di misericordia quale unico percorso che può giungere al cuore dell’altro?

Secondo questa linea allora la comunità sarebbe spronata non tanto a tagliare i ponti con i peccatori, abbandonando a se stessi quelli che sbagliano gravemente e si ostinano, bensì a guardarli con la misericordia di Gesù e a ricercare vie per toccare veramente il loro cuore e interpellare la loro libertà, sì da poterli ancora aiutare ad aprirsi alla parola del perdono e della conversione.

La parabola della “pecora smarrita” traduce in termini plastici l’insegnamento del Signore che è ripresa con la parabola “dei 10.000 talenti” che leggeremo Dom. prossima.

La quarta sezione del testo, vv. 21-22, per sé si proclama la Domenica successiva, tuttavia fa parte della struttura del testo di oggi, e si ritiene che debba essere spiegata adesso. Come conclusione logica e naturale di quanto precede, essa si occupa del «perdono fraterno».

Questo atteggiamento sembra quasi contraddire alla «correzione fraterna». Lì si trattava di “rimprovero” giusto, severo, con una nota giudiziaria. Qui della spontaneità del cuore. I due fatti si conciliano. Il perdono non esclude la correzione previa e conseguente, e questa esige comunque e sempre il perdono. Il perdono nell’ordine della salvezza ha la priorità su tutto, anche sulla verità. A causa della verità non si può né disonorare né uccidere il fratello. Il fratello vale di più della verità.

Pietro qui, come sempre, è abbastanza sprovveduto quando chiede al Signore quante volte si debba esercitare l’arte difficile del perdono del fratello che a sua volta offende il fratello con il suo peccato (ancora il verbo hamartànó, sbagliare il bersaglio, errare, commettere mancanza, fare peccato). E azzarda la cifra simbolica, che indica una forte quantità: 7 volte (v. 21).

Gesù sa bene quello che dice. Alla Domenica VII si è vista la questione del perdono, anzi dell’amore verso i nemici, che supera la «legge del taglione»; e si era riportato il «canto di Lamek» con la sua vendetta selvaggia:

Caino sarà vendicato sette volte,
ma Lamek settantasette volte! (Gen 4,24).

Ora, già l’A. T. è pieno della legge del perdono. Esso ne dà continui esempi. Come quello di Mose, che perdona il suo popolo ribelle e mormoratore, di David che perdona Saul che lo perseguita, del Salmista perseguitato e dell’Orante percosso, che si rimette alla divina misericordia, del Servo sofferente silenzioso alla sua morte (Is 53,7-8).

La dottrina sapienziale è un continuo incitamento alle opere della misericordia fraterna, e qui il perdono concesso al fratello è uno dei pilastri dell’esistenza fedele davanti al Signore come risulta da questa pagina sublime, propriamente evangelica di Siracide 28,1-8.

Su questa base, Gesù rovescia ancora una volta ogni pur ottimistica prospettiva umana, e perfino l’atteggiamento in fondo pacioso di Pietro. E replica con il simbolismo dei numeri. Il 7 indica pienezza; il suo multiplo 70 indica pienezza di pienezza. Ma Egli parla: non 7, neppure 70, ma il multiplo del multiplo, 70 volte 7, che non è 490 volte, numero a sua volta limitato, bensì illimitatezza: sempre e per sempre (v. 22). Come si chiederebbe solo 7 volte, o anche 70, e perfino 490 volte al Padre «Tu rimetti a noi i debiti come noi già li rimettemmo ai debitori nostri» (è la versione letterale, 6,12), se dobbiamo pregarlo così ogni giorno della nostra esistenza.

Paolo nella seconda lettura viene a trattare dell’immenso tema della carità e del rivestirsi di Cristo per esercitarla. Infatti, da solo, per così dire spoglio della veste nuova che è quella battesimale donata dallo Spirito Santo, anche il migliore e più pio e devoto dei fedeli sarebbe non idoneo a portare un carico enorme, difficile e anche ingrato. Amare, infatti, è sempre molto ingrato e doloroso. L’amore egoistico alterna a momenti parossistici di innamoramento le squallide pause del raffreddamento e poi l’indifferenza e infine il gelo dell’odio, magari per passare ad altri amori altrettanto vuoti. Non così per la fede cristiana, che esige l’interezza dei sentimenti.

La prima esortazione in questo, perciò, è tipica di Paolo. Nessun cristiano mai abbia debiti pendenti con alcuno. Egli deve avere sistemata sempre la propria partita del dare.

Unico debito che proviene da Dio ed è contratto dai suoi fedeli, è amarsi vicendevolmente. E la motivazione è uno dei capolavori di Paolo: chi ama l’altro, ha adempiuto la Legge. Il verbo pepléròken, da plèróó, riempire, adempire, sta al perfetto dell’attuazione e della permanenza del fatto adempiuto. E come un continuo presente. Ora, compiere la Legge santa significa nell’amore e nel timore di Dio adempiere tutti i precetti, verso Lui e verso il prossimo. Questo è riversare verso il prossimo amore e timore. La carità, l’amore di carità e di amicizia, l’amore gratuito che guarda esclusivamente il bene dell’amato, non opera il male (v. 10; vedi 12,17.21; Gal 5,14). E Paolo riafferma: «La pienezza della Legge è quindi la carità» (v. 8). Allora sì che la Legge non è sentita come un peso. Allora sì che è il “giogo soave e leggero” promesso dal Maestro, che anzitutto l’ha imposto a se stesso (Mt 11,30)” (cf Federici in Cristo Signore Risorto Amato e Celebrato).

“Ama e fa’ quello che vuoi” scrive s. Agostino e non è affatto un invito al lassismo! La morale cristiana ci appare spesso come una catena che ci ostacola, fatta di una moltitudine di precetti: non fare questo, non fare quello… In realtà, l’intenzione di Dio non è di imporci dei divieti; dal momento che ci affida gli uni agli altri, vuole che ci assumiamo le nostre responsabilità. Invece di domandarci se una cosa è proibita o no, preoccupiamoci piuttosto di sapere in che modo possiamo amare coloro che Dio ci ha messo accanto. La “legge” non è altro che un segnale di guardia, che ci tiene informati sul livello minimo dell’amore.

II Colletta

O Padre,
che ascolti quanti si accordano
nel chiederti qualunque cosa
nel nome del tuo Figlio,
donaci un cuore e uno spirito nuovo,
perché ci rendiamo sensibili
alla sorte di ogni fratello
secondo il comandamento dell’amore,
compendio di tutta la legge.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

[1]              Dietrich Bonhoeffer (Breslavia, 4 febbraio 1906 – Flossenbürg, 9 aprile 1945) è stato un teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo
[2]              Jean Vanier (Ginevra, 10 settembre 1928) è un filosofo e filantropo canadese. Fondatore di L’Arche (L’Arca) e ispiratore del movimento Foi et Lumiere (Fede e Luce in Italia) è stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici. Ha ricevuto il Premio Templeton nel 2014.

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LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 10 settembre 2017 anche qui.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 18, 15-20
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 10 – 16 Settembre 2017
  • Tempo Ordinario XXIII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo A
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

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