Chiudendoci a Dio Avveleniamo la Nostra Vita | Card. Comastri
Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.
Nel video che segue, il Cardinal Angelo Comastri offre una profonda riflessione spirituale sul tema della delusione di Dio di fronte all’ingratitudine umana. Attraverso il richiamo alle Scritture e alla parabola dei vignaioli omicidi, il Cardinale invita a interrogarsi su come usiamo la nostra libertà e sull’infinita misericordia divina capace di trasformare ogni male in perdono.
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In questa toccante meditazione guidata dal Cardinal Angelo Comastri, ci viene rivolto un invito urgente all’esame di coscienza personale e comunitario. Partendo dalle immagini bibliche del libro della Genesi e del profeta Isaia, il Cardinale mette in luce come il rifiuto dell’amore di Dio e la scelta del male rappresentino la vera tragedia dell’umanità: chiudersi alla grazia divina non colpisce solo il creatore, ma avvelena e rende triste la nostra stessa esistenza quotidiana.
La riflessione si snoda attraverso la parabola evangelica della vigna e dei cattivi vignaioli, fino a toccare il culmine dell’Amore che non si arrende nemmeno di fronte al rifiuto supremo. Nemmeno la condanna del Figlio riesce a spegnere la misericordia di Dio, che sulla Croce trasforma il dolore in una porta di salvezza sempre aperta. Un richiamo forte e vibrante a riscoprire la coerenza cristiana e ad accogliere oggi stesso il dono del perdono.
Trascrizione del video
27ª domenica. Sia lodato Gesù Cristo.
La Bibbia più volte parla della delusione di Dio, ed è Dio stesso che lo dice attraverso i profeti e confida la sua amarezza per il comportamento ingrato dell’umanità. Nel libro della Genesi, dopo il racconto del primo peccato dell’uomo che ha devastato la creazione bella uscita dalle mani di Dio, troviamo questa sconsolata annotazione: “Dio vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”. Sono parole che rassomigliano a lacrime e fanno venire brividi di emozione. Quanto fa male sapere che noi siamo la delusione di Dio, eppure è così.
La prima lettura di questa domenica esprime lo stesso sentimento. Isaia, parlando a gente dedita all’agricoltura, chiama il popolo vigna del Signore e dice: “Voi siete la vigna del Signore”. E dando sfogo al dolore di Dio esclama: “Ma che cosa dovevo fare ancora di più alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché mentre attendeva che producesse uva essa ha fatto uva selvatica?”. Lasciamoci anche noi interrogare da questo pianto di Dio, lasciamoci interpellare da questa sofferenza, lasciamoci scuotere da questo grido di amore deluso. Perché mentre attendevo che producesse uva essa ha fatto uva selvatica? In altre parole Dio ci chiede: perché usate la libertà per essere cattivi mentre io vi ho donato la libertà per essere buoni? Questo drammatico interrogativo vale anche per noi. Noi possiamo deludere Dio, riflettiamoci seriamente.
Nel Vangelo Gesù riprende l’immagine della vigna usata da Isaia. Questa immagine gli serve per tradurre l’affetto, la tenerezza e la misericordia di Dio verso l’umanità. Disse Gesù: c’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, gli scavò un frantoio, gli costruì una torre e poi l’affidò a dei vignaioli. Gesù parla a un popolo che Dio aveva scelto tra tutti i popoli per essere una bandiera di misericordia, per essere un eco fedele dei sentimenti del cuore di Dio. E qual è stata la risposta? Purtroppo, nel momento del raccolto, questo popolo ha rifiutato di dare il frutto dell’amore. Non solo: ha ucciso i profeti perché erano scomodi e contestavano la vita infedele del popolo di Dio. È accaduto veramente l’inverosibile, l’assurdo, l’impensabile.
Questo lamento di Gesù purtroppo può valere anche per noi cristiani. Proviamo ad interrogarci: Gesù è contento di noi? Può essere contento della nostra vita, soprattutto delle nostre famiglie? Può essere contento dei nostri sentimenti, delle nostre azioni quotidiane e dell’esempio che diamo in mezzo a questa società? L’esame di coscienza può continuare: oggi lo spettacolo degli adulti cristiani esprime un vero sì a Dio, oppure lascia trasparire indifferenza, compromesso, mediocrità, cattiveria, tradimento? Noi cristiani di oggi, noi cristiani di questa generazione, siamo un annuncio, una notizia a favore di Dio, oppure siamo una caricatura e una mortificazione del Vangelo? È terribile scoprire di essere la delusione di Dio. Fa tremare il pensiero di avere spento un sogno, un’attesa, una speranza di Dio.
Pensate, il Vangelo di oggi ci ricorda questa tremenda possibilità e nello stesso tempo ci ammonisce che, deludendo Dio, la vigna si secca e muore. Cioè, chiudendosi a Dio, l’uomo avvelena la propria vita e la rende triste, senza senso, senza scopo e pertanto infelice. È lo spettacolo che è davanti ai nostri occhi.
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Gesù, continuando il racconto della parabola, si domanda che altro poteva fare il padre: gli restava soltanto da inviare il suo figlio sulla terra, e così ha fatto. Ma gli operai della vigna, che siamo noi, tutti noi, hanno ucciso il figlio, e Dio in tal modo diventa vittima della cattiveria umana. È qualcosa di spaventoso, è qualcosa di orribile oltre il quale la cattiveria non può arrivare.
Giovanni Papini, nella conclusione della celebre Storia di Cristo, dà sfogo allo sgomento e si rivolge a Gesù parlandogli così: “Se tu fossi un Dio che tiene il rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevano farti di male, anche dopo la tua morte e più dopo la morte che in vita, gli uomini l’hanno fatto. Noi tutti l’abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno lasciato dopo averti venduto, e non per 30 denari, ma anche per meno, e neppure una volta sola. Legioni di farisei e sciami di Caifa ti hanno sentenziato malfattore degno di essere inchiodato alla croce, e milioni di volte col pensiero e con la volontà ti hanno crocifisso”.
Umanamente parlando non ci sarebbe più una via di uscita: il Padre ha giocato l’ultima carta inviando il suo Figlio, noi abbiamo sciupato l’ultima chance. La storia poteva finire così drammaticamente, ma ecco il ribaltamento della situazione: Dio non si rassegna, il suo amore è più tenace della nostra cattiveria e Dio trasforma la croce in una nuova offerta di amore. Gesù dalla croce grida: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. E la ferita del cuore di Gesù diventa una porta di misericordia sempre pronta ad accoglierci e sempre pronta a perdonarci anche in questo momento, purché lo vogliamo.
In Gesù crocifisso inizia la salvezza, è gettata l’ultima ancora ed è offerta ancora una volta la mano per strapparci dal male, dal male che ci rende tristi. È un mistero ancora in atto, ancora in pieno svolgimento. Non ripetiamo il tragico errore dei contemporanei di Gesù, perché un calvario è più che sufficiente. Lo dico veramente quasi piangendo: un calvario è più che sufficiente. Lasciamoci perdonare da Dio, lasciamoci trasformare dal suo perdono oggi, oggi stesso, accogliendolo con umiltà e sincerità, e seguiamo Gesù con sincerità, con convinzione, con coerenza nella nostra vita di ogni giorno. La più efficace predica è la vita, e questa predica la possiamo fare tutti. Sia lodato Gesù Cristo.
