Se vuoi sapere quanto ami Dio, guarda quanto ami i tuoi fratelli
Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.
Quanto Ami Dio: La Prova nell’Amore Fraterno
Si argomenta che un amore genuino per Dio si manifesta concretamente nell’amore verso il prossimo, sottolineando che la mancanza di fraternità e la crudeltà umana derivano dalla negazione di Dio. Il discorso illustra come i santi, attraverso la loro bontà visibile, riflettano l’amore divino, e come l’amore per Dio sia necessario per la dignità umana e la fratellanza.
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Viene offerta la parabola del Buon Samaritano come esempio paradigmatico di come l’amore per Dio si traduca nell’aiuto compassionevole verso gli altri, anche verso coloro che sono emarginati o nemici. Infine, il messaggio è rafforzato da una citazione di Madre Teresa, che incoraggia a perseverare nell’amore e nel bene nonostante le avversità.
Trascrizione del video
Sia lodato Gesù Cristo. Il primo comandamento è questo: Amerai Dio con tutto il cuore. Quante volte abbiamo ripetuto questo comandamento eppure, credo che sia il comandamento meno creduto e meno vissuto. Se amassimo veramente Dio con tutto il cuore il mondo sarebbe un incanto di bellezza e noi saremo tutti seminatori di pace e di bontà. Ma Drel Brell, una coraggiosa missionaria del Vangelo negli ambienti scristianizzati di Parigi, diceva: “Quando Dio è veramente entrato nel cuore di una persona si vede anche a fior di pelle”. Ed è vero, ed è per questo che i santi sono calamite che attirano le persone a Dio. Di Maria Teresa di Calcutta la gente diceva: “I suoi occhi sono così buoni e così sereni che sembrano una finestra dalla quale Dio si affaccia e ci sorride”. Si dovrebbe dire di tutti i cristiani, si dovrebbe dire anche di ciascuno di noi.
Chiediamoci allora: ma perché è doveroso e necessario amare Dio con tutto il cuore? Sia ben chiara una cosa: Dio non ha bisogno di niente, siamo noi che abbiamo bisogno di Dio. Dio ci è necessario come la trave portante è necessaria per tenere in piedi il tetto, per non farlo crollare. Infatti, se togliamo Dio noi togliamo la ragione della nostra dignità. Se togliamo Dio, di chi siamo figli? Del nulla. Ma il figlio del nulla non vale nulla e si può tranquillamente calpestare. E così accade oggi, non vi accorgete che per tanta gente la vita non vale più niente? Uccidere ormai è diventato quasi uno sport. E se togliamo Dio noi togliamo la sorgente della nostra fraternità. Infatti, se non c’è un padre, come possiamo chiamarci ad essere fratelli?. Ecco perché l’eclissi di Dio, il rifiuto di Dio, coincide sempre con il buio della fraternità umana, coincide con l’esplosione della ferocia. A tal proposito è sufficiente ricordare che i due totalitarismi atei del secolo scorso hanno scritto le pagine più buie e più crudeli di tutta la storia dell’umanità. Visitate un lager o un gulag e vi accorgerete con orrore che cosa produce l’allontanamento da Dio.
Viene però una domanda: Come faccio a sapere che amo Dio?. La risposta cristiana è un’autentica rivoluzione: Se vuoi sapere quanto ami Dio, guarda quanto ami i tuoi fratelli. Gesù categoricamente ha affermato: “Qualunque cosa avete fatto al più piccolo dei vostri fratelli, voi l’avete fatta a me, cioè a Dio”. Ci pensate? E per essere ancora più chiaro Gesù ha detto: “Sappiate che con la stessa misura con cui misurate il prossimo, evidentemente, così sarete misurati da Dio”. Sono parole impressionanti. Dio ci aspetta nel prossimo. Lì, nel prossimo, noi decidiamo la qualità del nostro rapporto con Dio. Lì, nel prossimo, noi sveliamo la sincerità della nostra comunione con Dio oppure sveliamo la falsità della nostra vita religiosa.
L’apostolo Giovanni, l’apostolo che posò il capo sul petto di Gesù e ascoltò dalla viva voce di Gesù le parole del comandamento nuovo, nella sua prima lettera scrive: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’, e poi odia il suo fratello, costui è un grande bugiardo. Infatti, chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare il Dio che non vede”. Questo è il comandamento che abbiamo da lui, da Gesù: “Chi ama Dio ami il suo fratello”. A questo punto, come dottore della legge, lo domandiamo a Gesù: “E chi è il mio fratello? Chi è il prossimo che devo amare?”. Gesù ci risponde con la parabola del buon samaritano. Seguiamola attentamente.
Dice Gesù: “Lungo la strada che scende da Gerusalemme a Gerico, sono circa 27 km. Lungo questa strada un poveretto si imbatte nei briganti che gli rubarono tutto, lo percossero e lo lasciarono come un pacco al lato della strada”. Precisiamo subito che questa strada è immagine della vita quotidiana, della nostra vita. E questo poveretto colpito dai briganti rappresenta tutte le persone che vengono ferite in qualsiasi modo dalla cattiveria dei prepotenti che riempiono la scena della vita quotidiana a tutti i livelli. Seguiamo ancora il racconto di Gesù. Che cosa accade? Passa un sacerdote che certamente frequentava il tempio e conosceva la legge, la legge di Dio, compresa la norma “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma costui affretta il passo, ha paura di compromettersi e non si ferma. Altro tanto fa un levita che ugualmente frequentava il tempio e si riteneva vicino a Dio. Anche costui tira dritto e delude Dio.
Mi chiedo: perché Gesù costruisce così la parabola? Perché coinvolge due figure che dovrebbero essere i modelli della vita religiosa?. Evidentemente Gesù vuol dirci questo: State attenti, non si diventa automaticamente buoni appartenendo ad una categoria buona. No, la bontà non è automatica, va scelta, va voluta, va rinnovata ogni giorno e ogni momento. La vita religiosa, attenti, se non ci si sta attenti, può diventare soltanto un bel vestito che può nascondere un cuore cattivo. È un rischio possibile per tutti e ringraziamo Gesù che ce l’ha ricordato.
Torniamo alla parabola. Passa, dice Gesù, un samaritano, cioè un uomo che non era di quel luogo, di quella regione, non era della Giudea. I samaritani erano da lungo tempo in contrasto addirittura con i Giudei per motivi religiosi ed erano ritenuti eretici. Che cosa fa il samaritano? Si commuove, cioè lascia passare nel suo cuore la commozione di Dio e tende la mano al fratello, sanando un piccolo frammento di cattiveria e dando una svolta ad un piccolo pezzo di storia, di storia insanguinata. Il samaritano fa tutto quello che è nelle sue possibilità. Quest’uomo, conclude Gesù, è il modello che dovete seguire. Facciamoci dunque qualche domanda: Chi non ha qualche ferito accanto a sé?. Chi di noi non ha qualche persona che piange silenziosamente vicino a noi?. Chi non ha qualche sventurato che soffre per vari motivi e aspetta un soccorso senza avere magari il coraggio di chiederlo?.
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Ricordiamoci che tutto quello che noi facciamo a costoro, Dio lo mette sul nostro conto e ce lo ritroveremo a nostro favore nell’esame dell’ultimo giorno. Maria Teresa di Calcutta, sulla parete di una casa per l’accoglienza di bambini abbandonati, fece scrivere queste parole che sono la sintesi, possiamo dire, della parabola del buon samaritano. Dicono così: “L’uomo è irragionevole, illogico, egoista, non importa, tu amalo lo stesso. Se fai del bene ti attribuiranno secondi fini, non importa, tu fai del bene ugualmente. Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo, non importa, tu continua a costruire. Dai il meglio di te stesso e forse ti prenderanno a calci, non importa, tu continua a dare il meglio di te stesso”. Queste parole sono la parabola del buon samaritano messa in pratica al nostro incoraggiamento. Ricordiamo che Dio ha buona memoria e ci darà la ricompensa anche per un bicchiere d’acqua dato con amore e per amore. L’ha detto Gesù e certamente sarà così. Non è poco saperlo in anticipo, ci pensate? Non è poco saperlo in anticipo.
