Mt 24,45-51 (Lezionario feriale di Bose)
45Chi รจ dunque il servo fedele e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito?ย 46Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverร ad agire cosรฌ!ย 47Davvero io vi dico: lo metterร a capo di tutti i suoi beni.ย 48Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: ยซIl mio padrone tardaยป,ย 49e cominciasse a percuotere i suoi conservi e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, 50il padrone di quel servo arriverร un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa,ย 51lo punirร severamente e gli infliggerร la sorte che meritano gli ipocriti: lร sarร pianto e stridore di denti.
In questa similitudine che esorta all’attesa del ritorno del Signore si parla di un servo cui il padrone ha affidato la cura, il nutrimento di โquelli della casaโ, i โconserviโ. Questo servo siamo ciascuno di noi, chiamati a farci carico dell’altro, di chi vive con noi, accanto a noi, l’altro verso il quale ci facciamo prossimo in quell’unica โcasa del Signoreโ che รจ la terra abitata, il mondo affidato alle nostre cure. Nostro compito รจ essere fedeli al mandato e prudenti nel compierlo, cosรฌ saremo โbeatiโ di quella beatitudine che consiste nella piena comunione con il Signore. Una beatitudine che si realizza nel servizio agli altri. Del resto, ce lo ricorda il piรน ampio brano parallelo di Luca (Lc 12,35-48), il nostro Signore รจ un padrone che al suo ritorno โsi cingerร le vesti e si metterร a servireโ i suoi stessi servi, paradosso di un padrone che manifesta la sua signoria nel servizio, scandalo di un ministero che non avrร fine perchรฉ il servizio รจ la manifestazione della caritร che non viene mai meno (cf. 1Cor 13,8).
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Certo, per restare โfedeli e prudentiโ, per abitare la beatitudine promessa รจ necessario credere al ritorno del Signore e attenderlo come imminente. Dubitare della promessa, sospettare un ritardo da parte del Signore รจ giร lasciarsi andare allo stordimento, ottenebrare la propria mente e il proprio cuore e comportarsi da nemico nei confronti del prossimo che ci รจ stato affidato. Non a caso, le battiture verso i compagni di servizio precedono e non seguono l’ubriachezza e la crapula: prima cessiamo di vedere l’altro come un fratello, una sorella, qualcuno โper cui Cristo รจ mortoโ (cf. Rm 14,15) e poi, conseguenza inevitabile, cerchiamo l’oblio nel mangiare e bere vissuto non come atto di comunione e di condivisione, ma come bulimia di chi pensa solo a se stesso.
[ads2]Ora, il ritorno del Signore avviene โin un giorno che non ci si aspetta e in un’ora che non si saโ perchรฉ, in attesa di quello alla fine dei tempi, c’รจ un ritorno di Cristo quotidiano, feriale, che assume i tratti dell’altro, del povero, del malato, del carcerato, dello straniero immigratoโฆ Nel servizio quotidiano reso agli altri, nella condivisione dei beni ricevuti, nella sottomissione reciproca, nell’offerta all’altro della razione di cibo che lo nutre e lo fa vivere noi cristiani siamo chiamati ad attendere il regno che ci รจ stato donato. Certo, il non lasciarsi andare, il non scadere nella routine, il custodire nella piccolezza il nostro cuore affinchรฉ non si esalti, il non ricercare cose grandi di una grandezza che non รจ il Signore, tutto questo comporta vigilanza e lotta quotidiana, discernimento comune, obbedienza tra โcompagni di servizioโ. Ma non dobbiamo temere: assieme alla responsabilitร dell’altro ci sono stati dati anche i mezzi per portarla a compimento. Nessuno, infatti, รจ tentato al di lร delle proprie forze (cf. 1Cor 10,13): si tratta solo si esserne consapevoli e di vivere nella gratitudine e nella vigilanza questo tempo che รจ il nostro, il tempo in cui l’amore del Signore diventa tangibile grazie all’amore degli uni verso gli altri, quel povero amore di cui siamo capaci e del quale ci sarร chiesto conto.
Fratel Guido della comunitร monastica di Bose
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