Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 6 marzo 2026

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La storia di Israele, la storia del popolo di Dio, è anche la nostra storia. Siamo stati circondati mille volte di attenzioni e di doni da parte di Dio, siamo fruitori di beni immensi che però crediamo nostra esclusiva proprietà e ci rifiutiamo di corrispondere al dono ricevuto da Dio con il nostro frutto.

Perché una delle domande importanti da farci di fronte a questo testo è: “ma ha il padrone il diritto di chiederci frutto? Ma Dio ci chiede frutto?”. Si, lo fa mille volte attraverso tutti quelli che ci circondano e ci chiedono di dar loro frutto. Un figlio si aspetta dal padre l’amore, dalla madre la tenerezza. Un amico si aspetta la lealtà dal suo amico.

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I miei fratelli hanno bisogno che spenda per loro la mia bellezza i miei doni e le mie doti. Questo è ciò ci viene richiesto da Dio. Ed è bello che Lui ci chieda di dare frutto perché l’alternativa è l’omicidio. Non dare frutto vuol dire uccidere. Se la grazia vien data in vista di una maturazione (perché la grazia non viene data da Dio invano), affinché ciascuno di noi cresca nella bellezza, rifiutarci a questa bellezza e tenere solo per noi i doni ricevuti vuol dire uccidere, vuol dire rifiutare l’opera di Dio.

Infatti Dio ha mandato il suo figlio, ci ha inviato la sua grazia ed Egli è stato rifiutato, è stato ucciso. Nella nostra vita viene sempre qualcuno a nome di Dio, da ultimo appunto il suo figlio, qualcuno che a cominciare da una parola mi chiama a conversione. Ecco, rendersi conto di chi si ha davanti è molto importante: avere coscienza che la vita è sempre una chiamata a questo esser un tramite del bene.

Verrà sempre da noi qualcuno, si avvicinerà a noi un figlio, si avvicinerà a noi una creatura, e ci chiederà “Dammi frutto!” cioè “Ascoltami, amami!”. Incontreremo una persona malata e questa è Dio che ci sta chiamando.

A quell’uomo rapace che prende possesso della vigna e che reagisce con aggressività e violenza a chi gli chiede conto di come vive, non verrà dato il regno di Dio, ma quest’uomo ce lo abbiamo tutti un po’ dentro. Quell’uomo è l’uomo vecchio e tutti noi siamo chiamati in forza del battesimo a passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo.

È all’uomo nuovo, quello più profondo, quello che è opera dello Spirito Santo in noi, è all’uomo spirituale, che vien dato il regno di Dio. E quella pietra che l’uomo carnale rifiuta, disprezza, pensa sbagliata, uno scarto, per l’uomo nuovo diventa fondamento e costruzione.

La richiesta di amore, la richiesta di frutto per l’uomo spirituale è gioia mentre per l’uomo carnale è rabbia e stupidità. Siamo fra questi due uomini, tutti siamo un po’ questi contadini omicidi ma tutti siamo chiamati ad esser altri contadini, uomini nuovi nei quali lo Spirito primeggia e ai quali solamente vien affidata la vigna.

Il Signore ci chiama incessantemente tutti i giorni della nostra vita a passare dalla rapacità alla generosità, dal possesso egoistico al dono gratuito.

Per Riflettere

Che opere mi ha chiesto il Signore di compiere quando mi ha mandato nella sua vigna?

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FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

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