La domanda dei discepoli a Gesù non è una richiesta di aiuto («Maestro, aiutaci, se no siamo perduti!») e neanche una semplice ammissione di paura («Maestro, rischiamo di essere perduti!»).
I discepoli sono ormai arresi al fatto che da questa tempesta non ne usciranno vivi e le uniche emozioni che rimangono loro a disposizione sono la disperazione nera ed il risentimento: «Maestro, è finita, siamo perduti. Ma a te non te ne interessa proprio per nulla? Sei veramente così insensibile alla nostra sorte?».
Sono sentimenti che probabilmente anche noi abbiamo provato o proviamo di fronte a tante storie, sia del mondo che nella nostra vita personale. Se sentiamo che di fronte a ciò che ci spevanta e ci angoscia Dio dorme forse possiamo pensare che si disinteressi alle nostre sofferenze. Tanto è stato scritto sul silenzio di Dio e su come interpretarlo, a partire quella che forse si presenta come la più ovvia delle conclusioni: che, cioè, Dio banalmente non esiste.
La pericope di oggi, invece, ci presenta un Gesù che non solo esiste, ma sta sulla barca con i suoi amici; e Gesù non è una sorta di fantasma o di spirito, come alcune eresie ritennero nei primi secoli del cristianesimo: lui è presente realmente e corporalmente sulla barca. La ragione per cui dorme non è per disinteresse nei confronti di una natura umana che non lo riguarda, ma per fiducia completa nei confronti del Padre che non abbandonerà mai la barca in preda alle onde.
Per Riflettere
Sarebbe ridicolo ritenere che basti leggere qualche versetto del Vangelo per fare evaporare ciò che ci spaventa del futuro. La paura e l’angoscia a volte fanno parte del nostro bagaglio emotivo e non possiamo semplicemente liberarcene come si cambia un abito. Nutriamo però la fede in un Dio che sta in mezzo a noi, condivide le nostre sofferenze e non ci lascerà in balia di esse.
- Pubblicità -
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
