Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 27 aprile 2026

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Il brano evangelico di oggi, noto come il brano del Buon Pastore, si apre con la presentazione che Gesù fa di sé stesso come buon pastore. Anzi “il” buon pastore, quello vero, quello annunciato dai profeti.

La qualifica “buon” non va letta come generoso, di buon cuore, significato che in italiano viene immediatamente in mente. In questo caso, considerando l’originale greco kalòs (bello, ma anche ottimo, pienamente corrispondente a ciò che deve essere), va intesa nel senso che ha in espressioni come un buon terreno, un buon lavoratore. Cioè un pastore che fa il suo dovere verso le sue pecore fino in fondo.

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Un’altra considerazione degna di nota va fatta a proposito dell’espressione “dà la propria vita”: il verbo greco usato, in realtà, non è didomi (dare), che suggerirebbe un atto isolato, ma è tithēsin, che significa porre, deporre, mettere nelle mani. È un anticipo di quanto troveremo negli ultimi versetti della pericope.

Alla figura del buon pastore, per meglio comprenderne la natura, viene contrapposta quella del mercenario. In questa figura, pronta ad intascare soldi, ma anche a lasciar entrare nel recinto il lupo (metafora del demonio), si riconoscono immediatamente le autorità religiose dell’epoca, che Gesù non perde occasione di contestare.

Nella seconda parte torna il concetto di conoscenza dei versetti di inizio capitolo, ed è una conoscenza che si fa sempre più familiarità, nella quale, tramite Gesù, entra anche il Padre e, scandalo per i giudei, anche le pecore di altri recinti. Purtroppo, l’espressione un solo gregge, un solo pastore è stata letta, ed ancor oggi viene letta da molti, in senso esclusivo, tradendone il significato che invece è universalmente inclusivo, senza condizioni.

La conclusione dell’episodio riprende il tema della vita e, a conferma di quanto anticipato all’inizio, assicura che la vita del buon pastore è perennemente e ripetutamente a disposizione delle sue pecore, secondo il volere del Padre.

Per Riflettere

“Dare la vita” è il mestiere di Dio, il suo lavoro, la sua attività inesausta, inteso al modo delle madri, al modo della vite che dà linfa ai tralci (Giovanni), della sorgente che zampilla acqua viva (Samaritana), del tronco d’olivo che trasmette potenza buona al ramo innestato (Paolo). Da lui la vita fluisce inesauribile, potente, illimitata. (da un’omelia di padre Ermes Ronchi)

Leggi la preghiera del giorno

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

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