Maria di Magdala aveva incontrato Gesù nel suo momento peggiore, mentre la sua carne stava per essere fatta a brandelli dalle pietre. E Gesù era apparso lì, con un amore di cui nessuna carne era capace; una misericordia che dava compimento a quella Legge secondo la quale sarebbe dovuta morire.
E lei lo aveva accolto, e Lui aveva deposto nel suo cuore il seme di Vita Eterna che l’aveva riportata alla dignità, alla pace, alla gioia. L’aveva liberata trasformando la sua libertà piegata verso il peccato in amore. Ma oggi era un giorno di dolore, il dolere della morte.
Le sarebbe bastato restare in ginocchio dinanzi alla pietra sapendo che però quell’amato che l’aveva amata come nessuno era lì dietro. Privo di vita certo, ma quella bocca che le aveva sussurrato l’amore era lì; quegli occhi che l’avevano guardata con tenerezza infinita; quelle mani che l’avevano rialzata dai suoi peccati; quei piedi che l’avevano cercata; Gesù era comunque lì dentro.
Quella tomba era, dunque, il tempio che custodiva la memoria di quell’amore. E per questo “piangeva” un passato troppo bello e sfuggito via. Come tutti noi alla morte di una persona cara, piangeva soprattutto se stessa, quella parte di lei così legata all’Amato da essere morta con Lui.
“Piangeva” il fallimento che ha spezzato sul più bello la sua storia di riscatto e libertà. Ma Lui è lì presente davanti a lei, è tornato dagli inferi, ha vinto la morte! Tutto cambia, ogni cosa è fatta nuova da quel momento in poi.
Per riflettere
La storia di Maria di Màgdala richiama a tutti una verità fondamentale: discepolo di Cristo è chi, nell’esperienza dell’umana debolezza, ha avuto l’umiltà di chiedergli aiuto, è stato da Lui guarito e si è messo a seguirlo da vicino, diventando testimone della potenza del suo amore misericordioso, più forte del peccato e della morte. (Benedetto XVI)
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
