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Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 21 settembre 2026

“Un uomo, solo, è seduto nel suo ufficio al banco delle tasse. È Matteo, uno strozzino odiato da tutti per il suo mestiere, un collaborazionista incaricato di riempire, oltre che le sue tasche, le casse degli occupanti romani. Uno sguardo che incrocia il suo, una parola sola: «Seguimi».

E Matteo è naufragato in quegli occhi. Il contabile abbandona per uno sguardo, per una parola il mestiere rassicurante, se ne va dietro a quell’uomo senza calcolare più nulla, senza neppure domandarsi dove sia diretto” (da un’omelia di don Alberto Cvecich).

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Anche noi abbiamo il nostro banco. Non necessariamente di tasse: può essere una routine che ci protegge, un ruolo che ci definisce, un’identità costruita negli anni che non vogliamo mettere in discussione. Gesù passa, incrocia il nostro sguardo, e dice una parola sola. La domanda non è se la sentiamo, ma se se siamo disposti a lasciare il banco.

Poi Gesù si siede a tavola con i colleghi pubblicani e con altri peccatori. I farisei protestano. Gesù risponde con un’immagine semplice: il medico va dai malati, non dai sani. E cita Osea: «Misericordia io voglio e non sacrifici». La religione non è sacrificio, guarisce la vita, la fa risplendere; non è la mortificazione a dare lode a Dio, ma la vita piena, forte, vibrante.

Questa scena dice qualcosa di fondamentale sull’identità cristiana. Non siamo una comunità di persone che ce l’hanno fatta. Siamo una comunità di malati che hanno trovato un medico e che per questo possono accogliere altri malati, senza meravigliarsi e senza giudicare.

Per Riflettere

La mia comunità cristiana assomiglia più alla tavola aperta di Gesù con i pubblicani o alla critica dei farisei fuori dalla porta?

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FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi