“I Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo”: evidentemente questo personaggio destava curiosità, probabilmente preoccupazione per chi aveva l’esigenza di inquadrare persone e cose in ruoli e schemi.
E difatti a Giovanni viene chiesto se sia una figura già codificata o definita: il Messia, Elia, il profeta. Giovanni dice di essere “voce di uno che grida”: niente più che voce, anche se il riferimento alla profezia di Isaia lo colloca in un orizzonte di attesa e di conversione. In questo suo ruolo di “voce” gioca con fedeltà tutta la sua vita fino a morire.
Dio ha bisogno della nostra voce, delle nostre mani, del nostro andare, del nostro incontrare. Poi, come ribadisce Giovanni, “a lui non sono degno di slacciare il laccio del sandalo”, “lui deve crescere e io diminuire”, non c’è proprio da montarsi la testa.
Eppure di noi uomini e donne Dio sceglie di aver bisogno: l’onnipotenza che si fa essere umano e che si fa aiutare dagli uomini è un’immagine che ogni volta stupisce e commuove.
Il battesimo è conversione: noi siamo battezzati, quindi chiamati a convertirci a Dio ogni giorno.
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Per Riflettere
Dio onnipotente che sta in mezzo a noi e ci chiede di collaborare con lui: ci smuove qualcosa questa scoperta? Sentiamo che Dio ci chiama a essere sua voce? Ascoltiamo la sua Parola, per evitare di raccontare solo noi stessi e di parlare a vuoto?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
