Questo brano del Vangelo di Luca ci consegna un insegnamento di Gesù ai suoi discepoli mediante la parabola dei talenti o mine, che attraverso la narrazione della storia del nobile uomo che torna dai suoi servi, a cui ha lasciato un compito, assume un più profondo significato escatologico, che riflette l’attesa del Regno di Dio e l’importanza di usare i “doni ricevuti” con coscienza.
Ed è proprio in questa attesa che diviene fondamentale l’importanza di usare i talenti ricevuti con accortezza, laddove l’azione dei servi riflette la diversità degli atteggiamenti umani verso la fiducia e le responsabilità, che spesso è anche la nostra.
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Quell’uomo è Gesù, che da lì a poco partirà per un regno lontano nei Cieli, dove riceverà la regale Gloria della Resurrezione, per poi ritornare da coloro a cui ha affidato il valore dei suoi insegnamenti. Se siamo fiduciosi e dimostriamo saggezza ed intraprendenza, come i primi due servi, possiamo far fruttare i talenti che ci sono stati affidati, rispondendo con impegno e responsabilità alla chiamata di Dio.
Non dobbiamo infatti mostrare paura e pigrizia, nascondendo il talento affidatoci, per il timore della responsabilità e per la mancanza di fiducia in noi stessi. In fondo, questo insegnamento ci invita a riflettere su come dare risposta alla chiamata di Dio, a come usare i doni ricevuti con giudizio, senza lasciarci paralizzare dalla paura, cercando di non indugiare troppo, ma ad agire con coraggio e fiducia, nell’attesa del ritorno.
Per Riflettere
Dobbiamo spesso interrogarci sui talenti che abbiamo ricevuto e se siamo stati capaci di accrescerli consegnandone i frutti al nostro prossimo. Dobbiamo pensare che il Regno di Dio è già presente in parte nella nostra vita di credenti, attraverso la nostra fede e le nostre azioni, consapevoli che la sua pienezza è la nostra speranza nell’attesa del futuro. Siamo veramente capaci di dimostrare saggezza e intraprendenza?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
