Gesù insegnava non come gli scribi bensì con autorità. C’è da scommetterci. È chiaro che neanche il papa potrebbe vincere la partita con Gesù, ma noi al papa l’autorità gliela riconosciamo, eccome.
L’accenno di Marco (presente anche in Matteo), che sembra quasi buttato lì, ci dice invece chiaramente che i capi religiosi del tempo avevano perso la stima del popolo, che a loro appunto non riconosceva autorità, men che meno autorevolezza.
Se l’establishment dell’epoca, scribi, farisei, sadducei, usava ma non amava il popolo, pure dal popolo non era riamato. E se l’amore o almeno il rispetto non c’è, l’autorità si esercita con la forza e la paura. Proprio come per il demonio, presente nella scena: lui l’autorità di Gesù sugli spiriti la riconosce, e di lui ha paura, ma di certo non lo ama.
Se è vero che, nell’arco dei duemila anni di storia cristiana, i segni e le manifestazioni di Gesù, della Vergine Maria e di molti santi, si sono ripetute in molteplici rivelazioni private, è però altrettanto vero che del Gesù che opera segni, che ammaestra le folle, che mette in riga il demonio noi non possiamo godere. Il Signore ci ha lasciato la Chiesa, e non è poco.
Ed è quindi importante che ad essa riconosciamo non solo piena autorità, ma che abbia un posto speciale nel nostro cuore e un’attenzione filiale. Perché nel disegno di Dio la via ordinaria alla salvezza passa attraverso l’adesione totale, del cuore e della mente, alla Rivelazione consegnata proprio alla custodia della Chiesa.
Per riflettere
Cristo sì, Chiesa no, si sente dire spesso. Come rispondiamo a questo, che prima di essere il segnale di un rancore verso la Chiesa, è un vero e proprio insensato sproloquio?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
